sabato, aprile 12, 2014

Vivere col salario minimo - un esperimento politico

I miei amici Giorgia e Ben vivono a New York, con il loro cane Skye.

Dal 1° aprile al 31 maggio si sono imbarcati in un progetto interessante, che li metterà certamente alla prova. Si chiama Living on the Minimum Wage experiment.

Ecco come lo presentano (qui la versione in inglese)

Courtesy of Freerangetalk
Per 2 mesi (sì, 60 GIORNI) vivremo con il salario minimo di $8 l'ora, cioe' $1300 al mese. Lo facciamo perche' quando Obama ha proposto di alzare il salario minimo a $10.10, alcuni han gridato al lupo e hanno detto che stava per rovinare l'America. Ci siamo chiesti quindi come fosse la vita a NY per chi guadagna $8 l'ora, e se guadagnando 2$ in piu' l'ora si spenderebbe anche di piu' (metti in circolo i soldi, era cosi' lo slogan?) e per comprare cosa.

Quando tutto costa troppo, cosa compri? A cosa rinunci? Come fai a procurarti del caffè decente?

Date un'occhiata al loro blog e se conoscete escamotage... fateglielo sapere!
In bocca al lupo!

lunedì, marzo 17, 2014

"I numeri non parlano da soli": intervista a Nate Silver

Oggi - tra qualche ora - Nate Silver riparte con FiveThirtyEight, un numeroso staff e un progetto assai ambizioso.

Alcuni mesi fa ho avuto l'onore e il piacere di intervistarlo per l'Internet Festival.

Abbiamo parlato di big data e politica, della credibilità dei media e del suo approccio all'analisi politica. Un approccio etico, senza alcun timore a definirlo tale - una boccata d'aria pura, essendo abituati alla reazione da sopracciglio alzato quando si parla di etica.

Ma, ancora di più, un approccio etico che vuol dire metodo trasparente, che vuol dire parlare di politica slegandosi dal retroscenismo. E che vuol dire non illudersi che i numeri siano neutri, ma che si possano far parlare (che è quello che fanno tutti) in modo più chiaro, coerente e contestualizzato. Credendo, insomma, che possiamo fare un lavoro migliore.

domenica, marzo 02, 2014

Racconti dal Parlamento Europeo: noi, l’Europa e le elezioni 2014

Sede del Parlamento Europeo, Strasburgo
La scorsa settimana ho passato alcuni giorni a Strasburgo, ospite dell’EPP, il gruppo del Partito Popolare Europeo.

L’obiettivo del viaggio - che raccoglieva circa una trentina di persone da tutta Europa - era mostrare il funzionamento delle istituzioni europee e consentire il confronto tra i parlamentari europei del gruppo e i cittadini che a vario titolo si occupano di politica (ma, tendenzialmente, non di temi legati all’Europa).

Con i parlamentari abbiamo affrontato numerosi temi, dal bilancio ai diritti della Rete, dalla politica economica al ruolo delle istituzioni europee.
Ci siamo anche confrontati con chi si occupa della comunicazione e dei problemi che comporta.

Non conoscevo nessuno dei partecipanti stranieri, abbastanza eterogenei - sebbene nello stesso ambito - per provenienza lavorativa, da addetti stampa ad attivisti, da giornalisti ad avvocati (con l’hobby di scrivere di politica), da docenti universitari a giovani studenti di scienze politiche (questi ultimi in gamba e riprovevolmente giovani).

Con me dall’Italia c’era Sergio Maistrello - che ha scritto alcune interessanti riflessioni.
Provo a buttarne giù qualcuna anche io.


1. Se dovessi portarmi a casa un pensiero “da cittadina” è che siamo (da intendersi come “cittadini dell’UE”) in mezzo a una guerra di posizione in cui è difficile prendersi le responsabilità delle cose da fare.

Da un lato i politici nazionali non vogliono mostrare di non essere loro a decidere e quindi tendono a ridurre il ruolo dell’Europa e la sua importanza, dall’altro vi fanno ricorso in caso di scelte impopolari.

 Da un lato i parlamentari europei (da qui “MEP”) possono rivolgersi al territorio di elezione - e spesso lo fanno - per raccontare il proprio operato, dall’altro non possono mettersi in aperto contrasto col partito e il loro sforzo sul territorio è comunque ridotto.

Da un lato il lavoro di parlamentare europeo richiede grandi competenze, dall’altro per anni il Parlamento Europeo è stato spesso usato per spingere persone di visibilità mediatica (questo me l’ha detto un MEP italiano) a scapito delle competenze, oppure come parcheggio per elefanti politici (questo lo dico io). Anche se le cose stanno lentamente cambiando, mi viene detto.

L’Italia, però, ha ancora scarso peso all’interno del Parlamento Europeo, ben inferiore a quanto potrebbe e dovrebbe, dato l’alto numero di parlamentari eletti, mi spiegano gli addetti ai lavori. 

Delle istituzioni europee ci ricordiamo in questi giorni di Ucraina e Russia, ma vi ricorriamo quasi come ricorriamo agli USA, come un’entità che dovrebbe aver potere di fare qualcosa.

E forse dovrebbe, ma noi, cittadini e politici italiani, glielo stiamo dando? Glielo abbiamo dato? è coerente chiedere decisioni e azioni a persone non elette (nel caso della Commissione Europea), di cui sappiamo a malapena il nome? E noi i nostri eletti, quelli di cui abbiamo scritto il nome sulla scheda - sì, per queste elezioni sì - li conosciamo? Sapremmo rivolgerci a loro per far sentire le nostre esigenze?

Votazioni - foto di Sergio Maistrello

2. Riprendo un pensiero di Sergio, che scrive:
“Rifletto sull’assenza di spazi di costruzione di una narrazione continentale, comune, condivisa. Non ci unisce un solo giornale, sito, fonte, blog di riferimento. Mettiamo insieme frammenti di un racconto frammentatissimo. Le nostre categoria di lettura della cittadinanza europea sono ancora prepotentemente nazionali. La narrazione europea procede per estremi: caterve di documenti per addetti ai lavori oppure la miopia della propaganda locale. Da questo punto di vista internet e i social media sono un’opportunità straordinaria, mi pare di capire ancora poco sfruttati (da noi cittadini, prima ancora che dai funzionari).” 

Forse non è così perché così (non) è la nostra percezione: cosa ho in comune col giovane lettone che mi parla del suo Paese appena entrato nell’euro e di cosa questo ha comportato per la loro economia? Di cosa potrei parlare con lo studente svedese che fa politica nei gruppi giovanili o con il docente olandese che organizza dibattiti sul ruolo dell’Europa nel suo Paese?
A pensarci in astratto non mi sarebbe venuto in mente nulla, in realtà di molte cose abbiamo parlato, scoprendo molto in comune, pure in contesti molto diversi.

Come scrive Sergio “la cittadinanza europea è un potente generatore di contesto: accoglie e favorisce il confronto. Il passaggio da cittadino italiano a cittadino europeo che vive in Italia è sorprendentemente rapido.” E i temi europei, l’impatto sulle rispettive nazioni di provenienza, il ruolo in ambito internazionale hanno permeato molte delle discussioni in quei giorni e delle riflessioni successive.

Questo viaggio, tra molte altre cose, mi ha fatto pensare che, nostro malgrado, siamo già nel futuro.
Ma il non rendercene conto non solo ci rende profondamente inadeguati a raccontarlo, ma anche a crearci gli strumenti per viverlo.

mercoledì, febbraio 12, 2014

La guerra ai whistleblower e il controllo sociale


Governments usually argue: “if you have done nothing wrong, you have nothing to hide…” 

Actually we might not be doing anything wrong now, but perhaps in five years time the law could change. 
For example, now we can go and protest on the street, like with the Occupy movement, and that is not illegal; however in times of social unrest that might be deemed to be illegal. 

If the political and legal environments shift, by storing all this information about people, they could go back to these records and use them against you. They could identify and profile you, trying to spot potential problem people. 
That’s why I think that the bulk collection of data is a source of societal control.


Annie Machon lavorava per il MI5, l'agenzia per la sicurezza e il controspionaggio del Regno Unito. Negli anni 90 è diventata una whistleblower, denunciando crimini commessi dalla sua agenzia, tra cui intercettazioni illegali tenute nascoste al governo stesso. Oggi ha creato la Courage Foundation to Protect Journalistic Sources. Primo beneficiario: Edward Snowden.

L'intervista di Carola Frediani a Annie Machon è su Techpresident.

lunedì, dicembre 30, 2013

Nella lista degli innovatori - e rilanciare nel 2014

Il 2013 si chiude con un riconoscimento inatteso: far parte della lista dei 100 innovatori italiani che Riccardo Luna ha stilato per Che Futuro.

Condivido la posizione 69 - un vero onore - con Carola Frediani, che nelle ultime settimane ha iniziato a collaborare con me e con la redazione di Techpresident.

La lista è ricchissima, ma mi va di segnalare alcune persone che conosco meglio, amici, persone di cui conosco il lavoro e per cui ho molta, molta stima.
Persone che dovreste conoscere, insomma:

  • Ernesto Belisario e Guido Scorza (77), campioni dell'innovazione... a norma di legge (non fatevi ingannare da giacca e cravatta: è solo un surrogato moderno dell'armatura)
  • Michele D'Alena e Annibale D'Elia (97), due avanguardie dell'innovazione nella P.A., rispettivamente nella "mia" Bologna e in Puglia, la mia regione. Due amici, due persone belle, limpide e piene di energia
  • Alberto Cottica (70), un mentore, con cui ho avuto il privilegio di lavorare e dal cui approccio mi sono fatta entusiasmare - una cosa che non può non succedere quando lo conosci
  • il team di OpenRicostruzione (26), una delle esperienze virtuose che dovrebbero essere più conosciute in Italia e che è un piacere raccontare all'estero


Ci sono molte altre persone e storie che conosco, da Seble Woldeghirghis (58) a Maurizio Napolitano (71), da Rebecca Zamperini (5) a Federico Bastiani e la social street (21).

Ma ce ne sono molte altre, in quella lista, di cui non so nulla.
Il mio proposito per il nuovo anno è quello di leggerle e conoscerle meglio.
E di mettere in pista un paio di progetti a cui sto lavorando in questi mesi.

Riparto da qui: dal sole, dalla testa sgombra di pensieri e da un foglio bianco.

Buon 2014!

lunedì, dicembre 16, 2013

Ostaggio del(l'urlo) più forte

Nell'ultima settimana mi è successo per tre volte.

La prima è stata quando mia madre mi ha raccontato che, nella mia città natale, i “Forconi” avevano minacciato gli impiegati di una banca di ripercussioni se non avessero chiuso la filiale e sospeso le attività (spaventando ovviamente i presenti, inclusa un'anziana signora che si è sentita male).

La seconda è stata il 12 dicembre, a Milano, quando durante la commemorazione di piazza Fontana, un gruppo di persone, prevalentemente giovani, ha iniziato a urlare, contestando Maroni, “i fascisti” e altre cose che non ho ben capito.
Potevano aspettare che terminasse il momento di silenzio, invece no, hanno dovuto urlare, creando qualche scaramuccia verbale, nulla di più, per fortuna.
Per la prima volta mi sono sorpresa a pensarla come a una violenza.

Dopo sono rimasta ancora un po' mentre la piazza si svuotava lentamente. C'era una signora che mi ha detto che viene a piazza Fontana ogni 12 dicembre, da 25 anni. Per anni ha buttato giù il dispiacere e la rabbia di vedere gli amministratori leghisti e di destra alla commemorazione, ma questa è stata la prima volta che non ha potuto avere silenzio per le vittime.
Poteva avere l'età di mia madre e aveva quasi le lacrime agli occhi mentre lo diceva.

Infine è successo oggi, quando una mia amica mi ha raccontato di essere stata investita su una strada pedonale da un uomo in bicicletta, in una zona centralissima di Roma.
Ora, voi la mia amica non la conoscete, ma è la persona più educata e deliziosa che ci si possa immaginare (insomma, non come me – che probabilmente gli avrei dato del cretino) e quindi si è limitata a dirgli che non è modo di fare.
Sentendosi rispondere "stai zitta, sporca troia" e venendo spinta tanto forte da finire per terra. 


Per tre volte in una settimana mi sono sentita ostaggio.
Ostaggio di chi urla più forte, di chi spinge, di chi minaccia. Di chi pensa che la sua rabbia, la sua frustrazione vadano affermate subito e comunque, di chi deve dire “io, io” – magari pensando di dire “noi”, a volte, ma senza nessuna intenzione di ascoltare gli altri che fanno (farebbero?) parte di quel noi.

Mi sono sentita ostaggio nel Paese in cui vivo – e non mi era mai successo.
Anzi, peggio ancora, mi sono sentita ostaggio delle persone che con me vivono in questo paese. E non è un giudizio di valore, non so se quelle persone avevano istanze giuste nei casi specifici (nel caso della mia amica lo so: ciclista, se ti becco ti corco).

So che mi sembra sempre più che la scelta fatta da tanti sia di non pensare a lungo termine, di non pensare non solo al futuro, ma anche solo a domani. C'è solo l'oggi, la rabbia, lo sfogo, il gridare “io, io”.

Questa settimana, per la prima volta, per un solo momento, ho avuto paura.

venerdì, novembre 22, 2013

Aaron Swartz, i cittadini attivi e gli strumenti per la collettività

Effective citizens are multifaceted and multitalented. They recognize that there are many paths towards social change and that we might have to walk multiple paths simultaneously. 
The most effective citizens have a more complete toolbelt than most of us have – they understand that they may need different techniques at different points in their struggle, sometimes building businesses, other times building popular social movements.
Nel giorno in cui avrebbe compiuto 27 anni, Ethan Zuckerman ha ricordato Aaron Swartz, il programmatore e attivista che si è tolto la vita nel gennaio scorso.

E lo ha fatto parlando anche dei cittadini attivi, degli strumenti e della capacità che mettono al servizio della collettività. Da leggere.