giovedì, aprile 05, 2012

Agenda Digitale a Bologna: oggi incontro sugli open data

Oggi pomeriggio presso il Museo d’Arte Moderna di Bologna, il Comune organizza un incontro per parlare di open data.

L'incontro fa parte dell'insieme di incontri legati alla creazione e implementazione dell'Agenda Digitale Europea che il Comune sta portando avanti (faccio parte del comitato scientifico dell'iniziativa).
Durante l'incontro di oggi verrà presentato il portale e il percorso progettuale della città di Bologna - qui l'elenco degli speaker di oggi, provenienti dal settore pubblico, dal privato e dalla società civile. Il tag dell'evento e dell'intero progetto è #agendadigitalebo.

Attualmente il progetto si articola su 4 assi:
1. Internet come diritto
2. Coinvolgimento della cittadinanza
3. Innovazione tecnologica, smart cities e marketing territoriale
4. Open data

Tutte le informazioni sono sul sito di Iperbole2020, che dà anche possibilità di co-progettazione ai cittadini interessati.

martedì, marzo 20, 2012

Mona Eltahawy domani a Bologna

Domani sarò a Bologna per ascoltare Mona Eltahawy parlare di primavera araba e media americani.

Mona, giornalista e attivista egiziana, è editorialista per diverse testate americane ed è stata una delle voci che ha analizzato le questioni mediorientali su varie reti TV, tra cui la CNN.
A novembre, Mona è stata arrestata e aggredita dalla polizia egiziana durante una manifestazione al Cairo. Grazie a un messaggio su Twitter, la sua vicenda ha creato una mobilitazione su scala globale per il suo rilascio, avvenuto per fortuna poco dopo.

L'appuntamento è domani alle 17 nell'aula A del dipartimento di comunicazione, in via Azzogardino 23 (si proverà a scriverne su Twitter con l'hashtag #monabo).
Nella stessa aula, qualche mese fa, avevamo parlato anche di lei, appena liberata, nella nostra discussione su rete e politica. In qualche modo, è un cerchio che si chiude, e nel migliore dei modi.

Qui l'intervento di Mona al PdF 2011, quando l'ho sentita parlare per la prima volta.



venerdì, marzo 09, 2012

Jennifer Egan e il tempo continuo (che forse è un bastardo)

Stasera alle 18, al teatro Parenti di Milano, ci sarà un incontro con Jennifer Egan, autrice de "Il tempo è un bastardo", romanzo premio Pulitzer 2011 (in Italia è pubblicato da Minimum Fax).

In questi mesi, per una serie di circostanze, mi è capitato di parlare del libro ben oltre la lettura dello stesso, e di leggere della sua autrice ben più di quanto normalmente mi capita per romanzi contemporanei. Per questo sono particolarmente curiosa di sentire raccontare da lei di temi ed elementi che mi hanno colpito e mi hanno fatto fare un po' di conversazioni interessanti, saltellando tra scenari lavorativi e movimenti di altro genere e respiro più ampio - cosa che non capita spesso, per via della velocità (e del tempo, ci risiamo).

In più, oggi ho letto un densissimo saggio di Gianluca Didino (sì, è su un blog. sì, è meno lungo di un saggio. sì, sono distinzioni senza più senso) sul libro di Egan, sulla complessità e sul tempo. Uno di quegli scritti che ti fa venire voglia di prenderti del tempo per leggere di più (e magari leggere Faulkner e rileggere Bergson), studiare altro, elaborare - solo nella tua testa, per carità - riflessioni e spunti che vanno veloci e che affiorano e poi spariscono troppo in fretta, prima che li si possa acchiappare.

Non sono decisamente una critica letteraria, quindi lascio ad altri ben più competenti la lettura,  l'analisi ed eventuali risposte. Segno però qui due spunti, soprattutto per me:
[...] per Egan la maturità non è una meta, non è “tutto” (come scriveva appena prima di suicidarsi Cesare Pavese, altro ragazzo che non aveva voluto o non aveva potuto decidere di crescere, in una splendida commistione di disperazione e ironia). Per Egan la maturità è ciò che resta, l’unica strada possibile per non finire risucchiati in un vortice temporale privo di coordinate diretto a velocità folle verso l’infinito.
Infine, collegato, ma non solo, un appunto sul "linguaggio puro", di cui si parla nell'ultimo capitolo:
Il punto, semmai, è avanzare un’ipotesi interpretativa della realtà contemporanea che non ne appiattisca la complessità riducendola a un omogeneizzato di cultura pop e sappia al contempo guardare al futuro senza rimpianti: è questo forse il “linguaggio puro” evocato nell’ultimo capitolo, l’ammissione, terribilmente eversiva visti i tempi che corrono, che un futuro esiste e ha senso andargli incontro.

(che, beh, forse mi ha preso più per la quasi irragionevole e necessaria speranza che l'ultima frase trasmette)

martedì, marzo 06, 2012

LinkedIn e GGD Bologna

Per la rubrica Net and the city, Linda Serra delle GGD Bologna mi ha intervistato sull'utilizzo di LinkedIn e sui principali consigli per usarlo al meglio.

Ne parlerò in modo più approfondito il prossimo 12 marzo, ospite proprio delle GGD Bologna, per una lezione nell'ambito del corso di alfabetizzazione digitale da loro organizzato presso la Sala Cenerini, in via Pietralata 60.

martedì, febbraio 28, 2012

The Good Wife e il mondo che cambia

Parlare del mondo che cambia, anche attraverso la tecnologia, a volte impercettibilmente, a volte silenziosamente: non dico sia il compito di una serie TV, ma apprezzo particolarmente chi riesce a farlo senza la strizzata d'occhio per far capire "che si è al passo coi tempi".

The Good Wife (CBS) ci sta riuscendo, soprattutto nell'ultima serie. Ecco cosa ne dice Emily Nussbaum sul New Yorker:
What has received less notice than the show’s complexity and its bold female characters is its unprecedented emphasis on technology. This season alone, Lockhart Gardner took a case involving the online currency bitcoin; used Twitter to upend British libel laws; handled a military case involving drone warfare; litigated crimes featuring violent video games and a “date rape” app; and dealt with various leaked-image disasters (a corporation fighting a viral video, an Anthony Weiner-like dirty photograph) 
[...] In this quality, “The Good Wife” stands in contrast not merely to other legal shows, with their “The Internet killed him!” plots, but also to the reductive punditry of the mainstream media, so obsessed with whether Twitter is making us stupid. Put bluntly, “The Good Wife” is to the digital debate as “The Wire” is to the drug war.

lunedì, febbraio 20, 2012

Revolution 2.0: Wael Ghonim e l'attivismo in Egitto al tempo della Rete

Micah Sifry ha partecipato a un incontro di presentazione di "Revolution 2.0", il libro di Wael Ghonim, uno degli attivisti egiziani che hanno animato il movimento attraverso la Rete.
[...] how a new generation that is growing up networked keeps spawning "free radicals"--people who teach themselves how to use technology to build community, share powerful messages and then ultimately weave movements for social change. Ghonim is just the most famous of a list of net-native activists who have figured out how this Internet thing can tip the scales their way.
Su TechPresident Micah ha raccontato l'incontro e recensito il libro, una lettura obbligata.

Nel giugno 2010 Ghonim aveva creato la pagina Facebook "We are all Khaled Said", dopo aver visto le foto di un giovane egiziano picchiato a morte dalla polizia. Una pagina che protestava contro la sua morte era stata creata, ma usava un linguaggio forte, offensivo, e la parola "nizaam" (regime), che un egiziano medio non avrebbe usato, sostiene.

Ghonim aveva quindi deciso di creare un luogo che aggregasse e promuovesse dialogo, mettendo poi in atto delle strategie mirate a far partecipare le persone in modo attivo.
Ecco come Micah riporta la sua spiegazione, partendo dal momento in cui Ghonim entra in contatto con l'amministratore dell'altra pagina:
"The issue lies in the difference between activists and regular nonpoliticized young men and women," he told the other page admin. "Activists speak in rebellious language that is hard for those who have not gone through similar experiences to understand. The result is a gap between activists and their audience." Speaking at Harvard, Ghonim tried to make this distinction clear, declaring that he believed that "Engagism is more important than activism." That is, that it was more important to engage mainstream audiences rather than withdraw from them.
La sintesi di Ghonim è in una frase: "'Engagism' is More Valuable Than Activism".
Un'idea che sicuramente fa discutere, ma su cui riflettere.
A maggior ragione per una storia, quella dell'Egitto, ancora in pieno svolgimento.


venerdì, febbraio 17, 2012

"Geek democracy" - domani a Bologna

Domani pomeriggio sarò a Bologna, ospite delle GGD Bologna per un evento intitolato "Geek democracy": si parlerà di agenda digitale europea (su cui il Comune di Bologna sta facendo un lavoro importante e articolato), politica 2.0, progetti e aspettative.

I lavori saranno aperti dal Console Generale degli Stati Uniti Sarah Morrison e proseguiranno con molti interventi. Di Stati Uniti (e non solo) parlerò anche io - qui qualche nota sparsa in una mini-intervista che mi hanno fatto le GGD bolognesi.

A domani!

Un "diluvio" di dati per tracciare le migrazioni interne

Lo scorso settembre a Oslo ho conosciuto Even Westvang, sviluppatore e genio dei numeri con l'hobby della data visualization.
Even era uno degli speaker di una conferenza chiamata Nordic Techpolitics e presentava un lavoro che analizzava i dati delle scuole di tutta la Norvegia per poi creare una mappa comparativa, chiamata Skoleporten.

Chiacchierando, Even mi aveva mostrato un progetto a cui stava lavorando nel tempo libero: tracciare le gli spostamenti di residenza dei suoi connazionali per capire quali sono i flussi migratori interni: circa 300.000 persone fanno parte di questi flussi (su una popolazione di 4 milioni e mezzo di abitanti).

Il suo lavoro è ora completo ed è visibile in un video piuttosto suggestivo che sta girando in Rete, dal titolo Deluge:
  

Deluge from even westvang on Vimeo.

I dati usati sono quelli relativi a residenza, data di nascita, reddito, tutti dati che il governo norvegese rende pubblici.

venerdì, gennaio 06, 2012

In Bielorussia una nuova legge sull'accesso alla Rete: ma è davvero censura?

[aggiornamento 11 gennaio: A last word on Internet "blocking" in Belarus]

Red Church - photo by archer10
Oggi in Bielorussia entra in vigore una legge con alcune disposizioni sull'accesso al web.

Negli ultimi giorni questa legge ha suscitato commenti e interpretazioni contrastanti dai commentatori del settore, con un'interpretazione prevalente che vuole che questa legge - in teoria principalmente indirizzata alle imprese - contenga in realtà elementi che possono portare a chiudere o limitare fortemente l'accesso ai siti web stranieri.

Ma equivale davvero alla "chiusura del web straniero"?
La situazione è complicata, se si sfugge ai titoli ad effetto e così ho provato a spiegarlo su TechPresident, con le informazioni in mio possesso (anzi, rinnovo la richiesta di volontari in grado di leggere il russo per provare a capirne di più).
Al momento, infatti, il testo della legge è disponibile solo in russo e le interpretazioni di due madrelingua russi sono contrastanti: Peter Roudik, che scrive sul sito della Biblioteca del Congresso USA, è stato il primo a rilanciare la notizia con l'interpretazione negativa di cui sopra, rapidamente ripresa sul web da molti.
Per contro, il giornalista Cyrus Farivar ha intervistato Keir Giles, direttore del Conflict Studies Research Centre di Oxford, il quale sostiene che la legge contenga praticamente disposizioni che interessano solo le imprese, che non vi sia menzione di accesso ai siti stranieri e che la legge sia stata male interpretata.

Un tentativo di censura o un pregiudizio verso la Bielorussia?
Se pregiudizio c'è, non è solo americano: la legge, infatti, nasce dal decreto presidenziale n.60 che il presidente Lukashenko ha firmato addirittura nel febbraio 2010 e su cui l'OSCE e Freedom House hanno manifestato parecchi dubbi in alcuni report ufficiali.

La Bielorussia comunque nega interpretazioni di questo tipo: in Italia, anzi, invia una richiesta di rettifica al Sole24ore (la segnalazione mi è arrivata, tra l'altro, proprio dall'account Twitter dell'ambasciata bielorussa in Italia, che deve aver visto che ne avevo scritto).


Insomma, come si dice, to be continued...


giovedì, dicembre 29, 2011

Gladwell Vs. Shirky: un anno di dibattito alla prova dei fatti

 Tahrir Square, febbraio. By Ramy Raoof
Su Threat Level (un blog di Wired USA) Bill Wasik riprende il dibattito Gladwell-Shirky iniziato a fine 2010 su impatto ed effetti della tecnologia sull'azione politica e sociale.
Dopo un anno di primavera araba e Occupy Wall Street, chi aveva ragione?

Il dibattito
In un articolo del New Yorker di cui si è molto parlato (ottobre 2010), Gladwell parlava dell'evoluzione dell'attivismo degli anni '60 per confrontarlo con quello (presunto?) di questi anni di social network.
Nella sua analisi, Gladwell riprendeva anche la distinzione di Granovetter tra strong ties - i legami forti e costanti che manteniamo con le persone a noi vicine, famiglia e amici stretti, presumibilmente in contesti maggiormente omogenei  - e weak ties - quelli deboli che però ci consentono di avere contatti con reti più estese e varie (risultando, ad esempio, più utili nella ricerca di un lavoro, secondo il sociologo). Nelle rivoluzioni, nei momenti in cui è necessaria azione, sosteneva Gladwell, sono i legami forti che ti fanno agire, non certo i legami deboli, non certo i social network e le "amicizie" su Facebook, non i clic di sostegno a cause vicine e lontane.

Pessimismo o realismo?
Non è tutto qui, secondo Clay Shirky, docente a NYU e una delle voci più riconosciute e apprezzate per quanto riguarda le analisi dei movimenti sociali al tempo della Rete (sono considerati fondamentali i suoi saggi Here comes everybody e The cognitive surplus, entrambi tradotti in Italia da Codice Edizioni).
In un lungo articolo Shirky ha risposto così:
“the fact that barely committed actors cannot click their way to a better world does not mean that committed actors cannot use social media effectively.”
Cioè: certo, qualche clic qua e là non ha impatto sociale, ma questo non vuol dire che chi invece sta impegnandosi attivamente non usi invece i social media in modo efficace, persino inventando nuove modi di farlo.

In sintesi
La sintesi la fanno loro in uno scambio di lettere su Foreign Affairs:

Gladwell: [Shirky's] argument to be anything close to persuasive, he has to convince readers that in the absence of social media, those uprisings would not have been possible.

Shirky: I would break Gladwell’s question of whether social media solved a problem that actually needed solving into two parts: Do social media allow insurgents to adopt new strategies? And have those strategies ever been crucial? Here, the historical record of the last decade is unambiguous: yes, and yes.

Chi ha ragione?
Anche in Italia, il dibattito tende a polarizzarsi, perché è molto più semplice gestirlo così (e anche qui andrebbero fatte diverse riflessioni).
Per parte sua Wasik propone alcune interessanti riflessioni sulle posizioni di entrambi e conclude così:
As Shirky puts it, digital networks “do not allow otherwise uncommitted groups to take effective political action. They do, however, allow committed groups to play by new rules.”  
To this assessment, I’d add something else: They create new rules for how committed people get and stay connected with one another, and how those connections get classified, even in their own minds. After all, it’s not hard to imagine that, when faced with a questionnaire asking to list their closest friends or associates, these activists would list one another, rather than their family or the people they drink with in their own hometowns.  
Activists may need “strong ties” to risk their lives in the streets, but it’s clear those ties can stretch across continents, and can consist entirely of bits — right up until the moment when they come together.

Movement Times: Best of TechPresident

"During movement times, the people involved have the same problems and can go from one communication to the next, start a conversation in one place and finish it in another. Now we're in what I call an organizational period, which has limited objectives, doesn't spread very rapidly and has a lot of paid people and bureaucracy. It's completely different from what takes place when there is a social movement."
— Myles Horton, "The Long Haul"

 Tempo di movimento e movimenti: dall'Egitto a Occupy Wall Street, dalla trasparenza amministrativa a Wikileaks, ecco una raccolta dei migliori post di TechPresident nel 2011.
Grazie a Micah Sifry, Nick Judd e Nancy Scola.

lunedì, dicembre 12, 2011

Alaa Abdel Fattah e la rivoluzione egiziana [aggiornato]

Foto di Personal Democracy
Ho sentito parlare Alaa Abdel Fattah al Personal Democracy Forum dello scorso giugno di quello che è stata la rivoluzione egiziana, degli scontri, del movimento in costruzione da anni.

Come altri, Alaa è tornato in Egitto, sapendo che la rivoluzione non era finita e che la deposizione di Mubarak non era necessariamente un automatico nuovo inizio. E infatti Alaa è stato nuovamente arrestato, come già accaduto cinque anni fa.
Questa è la lettera che ha scritto lo scorso primo novembre da una cella delle prigioni egiziane.

Qualche giorno fa è nato Khaled, suo figlio.
Meet Khaled Alaa Abdel Fattah, born last Tuesday to two Egyptian cyber-activists: mother Manal Bahey al-Din Hassan and father Alaa Abd El-Fattah, who is currently in prison.
Khaled is named after Khaled Said, the young man whose violent death at the hands of police in 2010 became a symbol and rallying point for activism that brought down the Mubarak regime earlier this year.”  


[Aggiornamento: Alaa è stato liberato il giorno di Natale]

venerdì, dicembre 09, 2011

Cose da fare a Parigi (quando non hai niente da fare)


Mostre (fino a gennaio)



Mangiare

  • Pozada, 2 rue Guénot (metro Nation o Boulet): piatti prevalentemente a base di carne e verdure, menzione speciale per il dolce, una piramide di mousse di cioccolato e caramello. La carta dei vini sembrava ben fornita, ma non sono un'esperta.
  • La Gazzetta, 29 rue de Cotte (metro Ledru Rollin, zona Bastille): posto molto carino, a cena ha una specie di menu fisso, con 5 o 7 piatti (assaggi di piatti), tutti particolari e curati. Ottimo il merluzzo con mandorle e cavolfiori e il dolce di banane con gelato al caffè.

PdF France - recap

Un po' di cose scritte su PdF France:

giovedì, dicembre 08, 2011

PdF France: il racconto della giornata

Il primo PdF France è andato alla grande!
Ho colto l'occasione per iniziare a usare Storify, che mi piace un sacco. Ecco qui un racconto della giornata, in un misto di inglese e francese.

martedì, dicembre 06, 2011

PdF France - live

Sono a Parigi per PdF France.
Cronaca qui:  @pdf_europe
Hashtag #pdffrance
Spazio Centquatre, sede della conferenza

venerdì, dicembre 02, 2011

PdF France, martedì a Parigi

Da lunedì a giovedì sarò a Parigi per la prima edizione di Personal Democracy Forum France.
Il programma è davvero interessante e comprende politici, attivisti, giornalisti, esperti di dati e combinazioni dei sopracitati.

Argomenti: le prossime elezioni in Francia, il lancio del portale nazionale di dati aperti, cambiamenti del giornalismo al tempo della Rete (sì, anche loro stanno scoprendo Twitter in questi giorni) - e tra l'altro vanno segnalate anche un po' di startup giornalistiche che iniziano a riscuotere significativo successo.

Se siete da quelle parti o fate un giro a Parigi per il ponte, iscrivetevi (l'evento è gratuito e sarà in francese e in inglese).

martedì, novembre 29, 2011

Politica 2.0, reti e persone dal globale al locale: qualche spunto

Ieri ho avuto la possibilità di parlare di politica e Rete con un gruppo di persone molto in gamba e in un contesto che è tra i più stimolanti: l'università.

La Rete e i social media in questi ultimi anni sono diventati inneschi, catalizzatori, agenti di diffusione dell'informazione e della formazione di una nuova sfera pubblica, una sfera altamente interconnessa e in cui è possibile il dialogo e lo scambio di dati tra attori differenti e di diverso peso, dall'istituzione al cittadino.
Cambia la relazione e la qualità di questa relazione, ha detto il professor Roberto Grandi nell'introduzione all'incontro: un'ibridazione di modelli, di spazio sociale, di modi di azione.
Una relazione che salta le intermediazioni solite (i media tradizionali) e trova nuovi intermediari con nuove forme organizzative: discorso privato e discorso pubblico hanno confini sempre meno definiti.

La conversazione è stata lunga e articolata, provo a raccogliere qui qualche spunto.
  • Apertura Vs. Chiusura: Non tutto è aperto, non tutto è uguale quando si parla di social network. "Facebook è un sistema chiuso, Twitter è aperto" ha spiegato Nicola Bruno. Aprire il sistema con le API è la chiave di un modello che può essere metafora anche per il funzionamento dei movimenti degli ultimi anni, quelli senza leader, o "senza testa", come viene raccontato in un libro di qualche anno fa.
  • Movimenti senza testa: I movimenti che nascono al tempo della rete sociale, che siano di protesta o di rivoluzione, usano i social media e l'azione collettiva per ripensare i confini e attraversarli, con i social media a supporto della creazione di modelli di organizzazione, ma anche di un nuovo paradigma di espressione. E di racconto, reale e collettivo. Una strada tracciata che inventa e inventerà nuove forme che ancora non immaginiamo. Per sintetizzare, ho ripreso una frase di Douglas Rushkoff che recentemente ha detto: "Occupy Wall Street è, più ancora che una protesta, un prototipo".
  • Online/Offline: i nuovi movimenti usano i social media per agire e coordinarsi (Twitter è stato spesso usato come esempio, ma può essere affiancato da altri), ma il successo è determinato anche da una commistione di attività online e offline. Lo dimostrano i casi degli Indignados e di Occupy Wall Street: non sono i primi né gli unici movimenti di questo tipo, ma quelli che sono riusciti ad avere seguito, successo e copertura. Una chiave è anche la continua relazione "fisica", in piazza, in assemblea, a discutere e guardarsi in faccia. E parliamo ancora di virtuale?
  • Ripensare la leadership: Questa mutazione dei movimenti significa la fine della leadership? Niente affatto, precisa giustamente Augusto: la leadership va ripensata e - cosa ancora più importante - rinegoziata. Perdendo il controllo (lezione per giornalismo e diplomazia - ché tanto lo stanno già imparando sul campo).

C'è molto che non riesco a sintetizzare e rilanciare, spero che la conversazione continui e che anche gli altri aggiungano le loro riflessioni.


Altre frasi, altri spunti
  • "Se non c'è tensione sociale, non può esserci movimento" - Marco Trotta
  • "I movimenti non nascono per le arene elettorali, vanno giudicati per l'innovazione dei codici culturali" - Lorenzo Mosca
  • "La comunità è il messaggio" - Augusto Valeriani

Una specie di bibliografia
Si è scelto di usare l'hashtag #openpolitica quindi troverete lì alcuni dei nostri spunti di ieri, altri ne aggiungeremo. Qui la raccolta dei tweet di ieri chez Michele D'Alena.
Dato che di università si tratta, mi sembra appropriato mettere qui una mini-bibliografia dei libri di cui si è parlato:

Bonus Track

P.S. Per me è stata una piccola emozione in più parlare agli studenti nel "mio" dipartimento di comunicazione e nell'aula in cui mi sono laureata. E sì, lo è stata anche rispondere a una domanda con "Studiate, siate curiosi". Roba da vecchi?

lunedì, novembre 28, 2011

Politica 2.0 - oggi a Bologna

Oggi alle 17 sarò a Bologna per parlare dell'impatto della tecnologia sulla politica a vari livelli.
L'incontro si intitola "Politica 2.0? Sfide e opportunità dal locale al globale" e si svolgerà al Dipartimento di comunicazione dell'Università, in via Azzogardino.

Sarò in ottima compagnia:
Sono molto curiosa di vedere come si svilupperà la conversazione su livelli ed esperienze tanto diverse; io cercherò di portare un po' di esperienze dall'estero, in particolare su come cambiano i movimenti al tempo della Rete.

Ci vediamo lì.


martedì, novembre 22, 2011

Identità online: da Salman Rushdie all'uomo comune (forse)

Mini-seguito alla conversazione sull'identità online, dopo l'articolo su Salman Rushdie e l'identità persa (per un giorno) su Facebook.
M. sostiene che Rushdie dovrebbe limitarsi all'uso della pagina fan di Facebook (per intenderci: quella usata da aziende ed analoghe entità "non personali", ma poi anche da personaggi famosi)


Io ho qualche dubbio su questa posizione, e per due motivi:

1. In questo modo si verifica il paradosso per cui il personaggio famoso è scoraggiato all'uso personale del social network. Ora, certo, avere un profilo su Facebook non è certo un diritto costituzionale, è comunque gratuito e si potrebbe anche sostenere che questo è uno dei prezzi da pagare per la celebrità, alla pari di essere seguito da paparazzi o fermato per strada da sconosciuti. Diciamo che è un paradosso curioso, se non altro.

2. Ci sono sfumature tra individuo privato e personaggio pubblico, non dal punto di vista personale, quanto da quello economico: in assenza di una politica chiara e definita (Facebook ha avuto un occhio di riguardo per lo scrittore celebre?), ad esempio, quanto vi vuole perché qualcuno porti in tribunale Zuckerberg&co. affermando di aver avuto danno economico da un trattamento di questo tipo?

Insomma, questo caso può diventare un precedente?
I termini di servizio che accettiamo all'atto dell'iscrizione sono sufficienti a garantire la posizione dell'azienda in casi del genere? Anche in presenza di casi atipici?

Qualche altro spunto sul tema dell'identità online e sui social network come possibili sistemi di identificazione elettronica.