Bologna si muove, eccome se si muove.
Del weekend scorso restano molte cose: conversazioni interessanti con gente in gamba, progetti e sguardo in avanti. E della bella musica.
A Bologna ho anche avuto il piacere di dividere il palco con un gruppo di persone che stimo davvero, alla Festa dell'Unità.
Oltre a parlare di digitale e dei prossimi impegni di Bologna in questa direzione (menzione speciale per Matteo Lepore, perché gli amministratori in gamba meritano che si parli di loro), alcuni dei presenti hanno presentato un progetto che si chiama Il PD che vorrei, uno spazio di confronto e di ascolto.
Ce ne sono già molti di questi tempi? Certamente.
Lidia, Michele, Fabio e Luca vogliono idee, però, non nomi, vogliono dare qualcosa al PD, non prenderla. E dato che sono parte di quel gruppo di persona in gamba di cui dicevo, vale la pena tenerli d'occhio.
giovedì, settembre 20, 2012
giovedì, settembre 13, 2012
[aggiornato] Questo weekend a Bologna
Questo weekend ritorno a Bologna per un paio di impegni di cui sono molto contenta:
- sabato 15 settembre alle 17 presenterò "LinkedIn" alla Feltrinelli International (via Zamboni 7/b) in compagnia di Linda Serra. Si tratta del primo di una serie di appuntamenti mensili dedicati ai Geek books che si preannuncia molto interessante
- domenica 16 settembre parteciperò a un incontro della Festa dell'Unità di Bologna: verrà presentata l'attività sull'agenda digitale cittadina, si parlerà di innovazione, partecipazione e buone pratiche politiche con Michele d’Alena, Luca Cominassi, Fabio Malagnino, Laura Sartori, Dimitri Tartari, Augusto Valeriani, Fosca Nomis e Lidia Marongiu.
Ci vediamo a Bologna!
Aggiornamento 20.09
Qui l'intervista con Piero Ingrosso per Corriere Bologna.
- sabato 15 settembre alle 17 presenterò "LinkedIn" alla Feltrinelli International (via Zamboni 7/b) in compagnia di Linda Serra. Si tratta del primo di una serie di appuntamenti mensili dedicati ai Geek books che si preannuncia molto interessante
- domenica 16 settembre parteciperò a un incontro della Festa dell'Unità di Bologna: verrà presentata l'attività sull'agenda digitale cittadina, si parlerà di innovazione, partecipazione e buone pratiche politiche con Michele d’Alena, Luca Cominassi, Fabio Malagnino, Laura Sartori, Dimitri Tartari, Augusto Valeriani, Fosca Nomis e Lidia Marongiu.
Ci vediamo a Bologna!
Aggiornamento 20.09
Qui l'intervista con Piero Ingrosso per Corriere Bologna.
domenica, luglio 29, 2012
Compiti per le vacanze / 1
(cose da studiare, se per caso ve le siete perse)
Il Partito Pirata in Germania e Liquid Feedback.
Qui un approfondimento.
Il Partito Pirata in Germania e Liquid Feedback.
Qui un approfondimento.
domenica, luglio 22, 2012
Pirati in Germania
Due o tre cose sul Partito Pirata in Germania in un pezzo di Ronny Mazzocchi:
Sarebbe tuttavia un errore credere che la proposta politica dei pirati comunque si fermi alle tematiche che riguardano l’utilizzo di Internet o la tutela dei dati personali. Il loro programma politico mischia elementi tipici della cultura libertaria – legalizzazione delle droghe leggere e scardinamento del diritto d’autore – e di quella più tradizionalmente progressista ed ecologista. Finora a farne le spese elettoralmente sono stati sia i Liberali che i Verdi, anche se per ragioni diverse. I primi, impegnati dal 2009 nella coalizione di governo con la CDU/CSU, hanno finito per concentrati quasi esclusivamente – ma con scarso successo - sulle riforme economiche liberiste, lasciando campo libero ai pirati sui temi una volta a loro cari come quello dei diritti civili.
Utøya e il sogno dei giovani
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Foto di Bente Kalsnes |
Ma i vostri sogni possono realizzarsi. Potete tenere vivo lo spirito di questa sera. Voi potete fare la differenza. Fatelo!
Ho una semplice richiesta per voi. Cercate di essere coinvolti. Di interessarvi. Unitevi a una associazione. Partecipate ai dibattiti. Andate a votare.
Le elezioni libere sono il gioiello di quella corona che è la democrazia. Partecipando, voi state pronunciando un sì pieno alla democrazia.
Jens Stoltenberg, Primo Ministro di Norvegia, 26 luglio 2011
venerdì, luglio 20, 2012
Un anno di LinkedIn
Un anno fa, di questi tempi, stavo scrivendo "LinkedIn".
L'esperienza di scrivere un libro, un manuale, per spiegare il funzionamento di uno strumento e un modo consapevole di usarlo è stato molto interessante e completamente nuovo per me, e colgo l'occasione per ringraziare Apogeo e Federica Dardi, che è stata fantastica nel duro compito dell'editor.
Ancora più interessante, però, è stata la serie di incontri, email ricevute, presentazioni, chiacchierate che ancora continuano. Il lavoro, specie in questo periodo, è un argomento drammaticamente critico, un settore in cui molti si sentono spaesati, che vi siano appena arrivati, o che vi siano immersi da anni.
Non sono, ahimè, in grado di dare soluzioni e non sono esperta di politiche del lavoro. Spero però di aver fatto un buon lavoro nello spiegare come usare uno strumento in più. E mi auguro sinceramente che possa essere utile.
Ed è l'occasione per ringraziare tutte le persone che ho incontrato in questo anno e che di lavoro si occupano quotidianamente. Una per tutte, Cristina Maccarrone, che dirige Walk on Job.
Speriamo che i prossimi dodici mesi siano migliori per tutti.
N.B. Infine, grazie a chi ha scritto del libro, last but not least Barbara Sgarzi che mi ha intervistato per il blog di Vanity Fair e che ha pubblicato un piccolo decalogo che spero sia utile.
L'esperienza di scrivere un libro, un manuale, per spiegare il funzionamento di uno strumento e un modo consapevole di usarlo è stato molto interessante e completamente nuovo per me, e colgo l'occasione per ringraziare Apogeo e Federica Dardi, che è stata fantastica nel duro compito dell'editor.
Ancora più interessante, però, è stata la serie di incontri, email ricevute, presentazioni, chiacchierate che ancora continuano. Il lavoro, specie in questo periodo, è un argomento drammaticamente critico, un settore in cui molti si sentono spaesati, che vi siano appena arrivati, o che vi siano immersi da anni.
Non sono, ahimè, in grado di dare soluzioni e non sono esperta di politiche del lavoro. Spero però di aver fatto un buon lavoro nello spiegare come usare uno strumento in più. E mi auguro sinceramente che possa essere utile.
Ed è l'occasione per ringraziare tutte le persone che ho incontrato in questo anno e che di lavoro si occupano quotidianamente. Una per tutte, Cristina Maccarrone, che dirige Walk on Job.
Speriamo che i prossimi dodici mesi siano migliori per tutti.
N.B. Infine, grazie a chi ha scritto del libro, last but not least Barbara Sgarzi che mi ha intervistato per il blog di Vanity Fair e che ha pubblicato un piccolo decalogo che spero sia utile.
martedì, luglio 17, 2012
OpenCoesione: risorse, dati, cittadini
Oggi sono a Roma, tra poco più di un'ora parteciperò all'incontro di presentazione di OpenCoesione, il portale del Ministero della Coesione Territoriale, lanciato oggi.
Sul sito si legge:
Io ho molte domande e curiosità su modi, obiettivi e soprattutto, sul modo che verrà scelto per comunicare un tema non certo semplice da capire per i cittadini - molti dei quali, probabilmente, non hanno le idee particolarmente chiare su cosa sia la coesione territoriale, in primo luogo.
Qui un primo commento di chi ha già guardato il portale con attenzione.
Se ne parlerà anche su Twitter usando l'hashtag #OpenCoesione. Si potranno inoltre porre domande sul sito del Ministero.
Sul sito si legge:
OpenCoesione è il primo portale sull'attuazione degli investimenti programmati nel ciclo 2007-2013 da Regioni e amministrazioni centrali dello Stato con le risorse per la coesione. I dati sono pubblicati perché i cittadini possano valutare se i progetti corrispondono ai loro bisogni e se le risorse vengono impegnate in modo efficace.Ho stima del ministro per le cose fatte in questi mesi (e per come le sta facendo), nonché per tutte le cose che mi ha raccontato Alberto, durante il mio anno di lavoro per Kublai.
Io ho molte domande e curiosità su modi, obiettivi e soprattutto, sul modo che verrà scelto per comunicare un tema non certo semplice da capire per i cittadini - molti dei quali, probabilmente, non hanno le idee particolarmente chiare su cosa sia la coesione territoriale, in primo luogo.
Qui un primo commento di chi ha già guardato il portale con attenzione.
Se ne parlerà anche su Twitter usando l'hashtag #OpenCoesione. Si potranno inoltre porre domande sul sito del Ministero.
venerdì, giugno 29, 2012
Di donne e lavoro e del cambiare prospettiva
Non sono una fan delle quote rosa. Non mi considero una femminista, almeno per come spesso il femminismo è inteso in Italia.
Provo un notevole fastidio verso tutti i discorsi "a favore delle donne", spesso pieni di condiscendenza, molte parole su carta e in Rete e scarsissima disponibilità a farvi seguire i fatti.
Mi ritengo molto fortunata: da quando lavoro ho trovato quasi sempre persone disposte a insegnarmi quando dovevo imparare (e alcune, bontà loro, ancora lo fanno), a valutarmi per le mia capacità, a riconoscere i miei meriti, se lo ritenevano.
Penso che donne e uomini davvero capaci riescano a trovare la loro strada (pure quelli non capaci, ma è un'altra storia), ma so anche che non tutti sono stati fortunati quanto me. E che di porte in faccia, anche ingiustamente, ne abbiano viste molte di più, a volte in modo subdolo o molto squallido.
C'è il merito sì, le cose dovremmo essere tutti in grado di guadagnarcele. Ma non è un caso se ho scritto che mi ritengo "fortunata", pur sapendo di aver lavorato e fatto molta fatica.
Insomma, forse un cambiamento di prospettiva, a volte, non guasta. Ed è per questo che sono particolarmente orgogliosa di aver letto oggi su Techpresident questo editoriale a firma di Andrew Rasiej, uno dei fondatori di Personal Democracy Media.
Ora, si tratta del mio datore di lavoro, quindi non mi dilungherò sulla stima e sulle qualità di Andrew, il suo lavoro parla per lui e così molte altre persone. Ne riporto qui un brano:
Nota
Alcuni anni fa ho contribuito a fondare il gruppo delle Girl Geek Dinners a Bologna e sono molto contenta di aver dato e di dare il mio piccolo contributo, quando posso.
Partendo dalla necessità di fare rete e conoscersi tra persone dello stesso settore, le GGD sono riuscite a diventare una realtà che lavora per diffondere la cultura digitale (in modo "sano" e non strumentale) e per creare valore per Bologna. Non potrei essere più fiera di loro.
Provo un notevole fastidio verso tutti i discorsi "a favore delle donne", spesso pieni di condiscendenza, molte parole su carta e in Rete e scarsissima disponibilità a farvi seguire i fatti.
Mi ritengo molto fortunata: da quando lavoro ho trovato quasi sempre persone disposte a insegnarmi quando dovevo imparare (e alcune, bontà loro, ancora lo fanno), a valutarmi per le mia capacità, a riconoscere i miei meriti, se lo ritenevano.
Penso che donne e uomini davvero capaci riescano a trovare la loro strada (pure quelli non capaci, ma è un'altra storia), ma so anche che non tutti sono stati fortunati quanto me. E che di porte in faccia, anche ingiustamente, ne abbiano viste molte di più, a volte in modo subdolo o molto squallido.
C'è il merito sì, le cose dovremmo essere tutti in grado di guadagnarcele. Ma non è un caso se ho scritto che mi ritengo "fortunata", pur sapendo di aver lavorato e fatto molta fatica.
Insomma, forse un cambiamento di prospettiva, a volte, non guasta. Ed è per questo che sono particolarmente orgogliosa di aver letto oggi su Techpresident questo editoriale a firma di Andrew Rasiej, uno dei fondatori di Personal Democracy Media.
Ora, si tratta del mio datore di lavoro, quindi non mi dilungherò sulla stima e sulle qualità di Andrew, il suo lavoro parla per lui e così molte altre persone. Ne riporto qui un brano:
You see, when women are minimized, our perspective is narrowed. I am not suggesting we should look to some formula of what constitutes diversity, rather, we should realize that when we minimize women, we then lose out on the priorities and unique approaches that women bring to solving problems throughout the world, digital or otherwise.
My team and I pride ourselves on the fact that we go out of our way to achieve as much gender balance as possible at our Personal Democracy Forum conference which we produce every year. But now I realize that even by that measure, I am personally and professionally falling way short, if I am not seeing the imbalance naturally. This is not OK for me and not OK for our industry. And it is not OK for our now global connected society either.
Nota
Alcuni anni fa ho contribuito a fondare il gruppo delle Girl Geek Dinners a Bologna e sono molto contenta di aver dato e di dare il mio piccolo contributo, quando posso.
Partendo dalla necessità di fare rete e conoscersi tra persone dello stesso settore, le GGD sono riuscite a diventare una realtà che lavora per diffondere la cultura digitale (in modo "sano" e non strumentale) e per creare valore per Bologna. Non potrei essere più fiera di loro.
giovedì, giugno 21, 2012
Personal Democracy Media a State of the Net: quali sono le sfide della trasparenza?
Da stasera a domenica mattina sarò a Trieste per la nuova edizione (finalmente!) di State of the Net, conferenza che farà il punto dello stato della Rete in Italia, in una prospettiva internazionale, con speaker italiani e stranieri di altissimo livello. Qui il programma.
Dopo aver partecipato all'edizione del 2008, sono contenta di esserci in "versione allargata": quest'anno, infatti, faccio parte del comitato promotore della conferenza e Personal Democracy Media collabora con State of the Net curando una sezione sulla trasparenza con due keynote e un panel. Come si legge sul sito di State of the Net:
La sezione si svolgerà sabato a partire dalle 15.30. Io modererò il panel - e so già che un'ora non basterà! Spero ci sarete, ma, in caso contrario, se ci sono spunti o domande scrivete qui o su Twitter. L'hashtag di State of the Net è #sotn12.
In bocca al lupo a Sergio, Paolo e Beniamino.
Ci vediamo a Trieste!
Dopo aver partecipato all'edizione del 2008, sono contenta di esserci in "versione allargata": quest'anno, infatti, faccio parte del comitato promotore della conferenza e Personal Democracy Media collabora con State of the Net curando una sezione sulla trasparenza con due keynote e un panel. Come si legge sul sito di State of the Net:
Si tratta però di un concetto sfaccettato che porta domande cruciali e sfide che la società sta già affrontando: come conciliare la necessità della trasparenza con l’esigenza della privacy? Quali sono le sfide che governi e aziende devono affrontare nel conciliarle?Gli speaker che ne discuteranno vengono da esperienze e contesti molto diversi: lo scrittore Andrew Keen, l'attivista croato Marko Rakar e Jan Hemme, del Partito Pirata di Berlino
La sezione si svolgerà sabato a partire dalle 15.30. Io modererò il panel - e so già che un'ora non basterà! Spero ci sarete, ma, in caso contrario, se ci sono spunti o domande scrivete qui o su Twitter. L'hashtag di State of the Net è #sotn12.
In bocca al lupo a Sergio, Paolo e Beniamino.
Ci vediamo a Trieste!
lunedì, giugno 11, 2012
Personal Democracy Forum 2012
Tra poco più di un'ora inizia la nona edizione del Personal Democracy Forum, la mia sesta.
Il tema di quest'anno è "The Internet's new political power", il programma è qui.
Gli speaker di quest'anno sono 135 e, come l'anno scorso, ho l'impressione che sentirò parlare di molti di loro nel corso dei prossimi 12 mesi (due nomi per l'anno scorso: Alaa Abd El Fattah e Mona Eltahawy).
L'hashtag è #pdf12. Tra oggi e domani ci sarà molto di cui parlare, dateci un'occhiata.
P.S. Qui lo streaming per seguire dal vivo.
giovedì, aprile 05, 2012
Agenda Digitale a Bologna: oggi incontro sugli open data
Oggi pomeriggio presso il Museo d’Arte Moderna di Bologna, il Comune organizza un incontro per parlare di open data.
L'incontro fa parte dell'insieme di incontri legati alla creazione e implementazione dell'Agenda Digitale Europea che il Comune sta portando avanti (faccio parte del comitato scientifico dell'iniziativa).
Durante l'incontro di oggi verrà presentato il portale e il percorso progettuale della città di Bologna - qui l'elenco degli speaker di oggi, provenienti dal settore pubblico, dal privato e dalla società civile. Il tag dell'evento e dell'intero progetto è #agendadigitalebo.
Attualmente il progetto si articola su 4 assi:
1. Internet come diritto
2. Coinvolgimento della cittadinanza
3. Innovazione tecnologica, smart cities e marketing territoriale
4. Open data
Tutte le informazioni sono sul sito di Iperbole2020, che dà anche possibilità di co-progettazione ai cittadini interessati.
L'incontro fa parte dell'insieme di incontri legati alla creazione e implementazione dell'Agenda Digitale Europea che il Comune sta portando avanti (faccio parte del comitato scientifico dell'iniziativa).
Durante l'incontro di oggi verrà presentato il portale e il percorso progettuale della città di Bologna - qui l'elenco degli speaker di oggi, provenienti dal settore pubblico, dal privato e dalla società civile. Il tag dell'evento e dell'intero progetto è #agendadigitalebo.
Attualmente il progetto si articola su 4 assi:
1. Internet come diritto
2. Coinvolgimento della cittadinanza
3. Innovazione tecnologica, smart cities e marketing territoriale
4. Open data
Tutte le informazioni sono sul sito di Iperbole2020, che dà anche possibilità di co-progettazione ai cittadini interessati.
martedì, marzo 20, 2012
Mona Eltahawy domani a Bologna
Domani sarò a Bologna per ascoltare Mona Eltahawy parlare di primavera araba e media americani.
Mona, giornalista e attivista egiziana, è editorialista per diverse testate americane ed è stata una delle voci che ha analizzato le questioni mediorientali su varie reti TV, tra cui la CNN.
A novembre, Mona è stata arrestata e aggredita dalla polizia egiziana durante una manifestazione al Cairo. Grazie a un messaggio su Twitter, la sua vicenda ha creato una mobilitazione su scala globale per il suo rilascio, avvenuto per fortuna poco dopo.
L'appuntamento è domani alle 17 nell'aula A del dipartimento di comunicazione, in via Azzogardino 23 (si proverà a scriverne su Twitter con l'hashtag #monabo).
Nella stessa aula, qualche mese fa, avevamo parlato anche di lei, appena liberata, nella nostra discussione su rete e politica. In qualche modo, è un cerchio che si chiude, e nel migliore dei modi.
Qui l'intervento di Mona al PdF 2011, quando l'ho sentita parlare per la prima volta.
Mona, giornalista e attivista egiziana, è editorialista per diverse testate americane ed è stata una delle voci che ha analizzato le questioni mediorientali su varie reti TV, tra cui la CNN.
A novembre, Mona è stata arrestata e aggredita dalla polizia egiziana durante una manifestazione al Cairo. Grazie a un messaggio su Twitter, la sua vicenda ha creato una mobilitazione su scala globale per il suo rilascio, avvenuto per fortuna poco dopo.
L'appuntamento è domani alle 17 nell'aula A del dipartimento di comunicazione, in via Azzogardino 23 (si proverà a scriverne su Twitter con l'hashtag #monabo).
Nella stessa aula, qualche mese fa, avevamo parlato anche di lei, appena liberata, nella nostra discussione su rete e politica. In qualche modo, è un cerchio che si chiude, e nel migliore dei modi.
Qui l'intervento di Mona al PdF 2011, quando l'ho sentita parlare per la prima volta.
venerdì, marzo 09, 2012
Jennifer Egan e il tempo continuo (che forse è un bastardo)
Stasera alle 18, al teatro Parenti di Milano, ci sarà un incontro con Jennifer Egan, autrice de "Il tempo è un bastardo", romanzo premio Pulitzer 2011 (in Italia è pubblicato da Minimum Fax).
In questi mesi, per una serie di circostanze, mi è capitato di parlare del libro ben oltre la lettura dello stesso, e di leggere della sua autrice ben più di quanto normalmente mi capita per romanzi contemporanei. Per questo sono particolarmente curiosa di sentire raccontare da lei di temi ed elementi che mi hanno colpito e mi hanno fatto fare un po' di conversazioni interessanti, saltellando tra scenari lavorativi e movimenti di altro genere e respiro più ampio - cosa che non capita spesso, per via della velocità (e del tempo, ci risiamo).
In più, oggi ho letto un densissimo saggio di Gianluca Didino (sì, è su un blog. sì, è meno lungo di un saggio. sì, sono distinzioni senza più senso) sul libro di Egan, sulla complessità e sul tempo. Uno di quegli scritti che ti fa venire voglia di prenderti del tempo per leggere di più (e magari leggere Faulkner e rileggere Bergson), studiare altro, elaborare - solo nella tua testa, per carità - riflessioni e spunti che vanno veloci e che affiorano e poi spariscono troppo in fretta, prima che li si possa acchiappare.
Non sono decisamente una critica letteraria, quindi lascio ad altri ben più competenti la lettura, l'analisi ed eventuali risposte. Segno però qui due spunti, soprattutto per me:
(che, beh, forse mi ha preso più per la quasi irragionevole e necessaria speranza che l'ultima frase trasmette)
In questi mesi, per una serie di circostanze, mi è capitato di parlare del libro ben oltre la lettura dello stesso, e di leggere della sua autrice ben più di quanto normalmente mi capita per romanzi contemporanei. Per questo sono particolarmente curiosa di sentire raccontare da lei di temi ed elementi che mi hanno colpito e mi hanno fatto fare un po' di conversazioni interessanti, saltellando tra scenari lavorativi e movimenti di altro genere e respiro più ampio - cosa che non capita spesso, per via della velocità (e del tempo, ci risiamo).
In più, oggi ho letto un densissimo saggio di Gianluca Didino (sì, è su un blog. sì, è meno lungo di un saggio. sì, sono distinzioni senza più senso) sul libro di Egan, sulla complessità e sul tempo. Uno di quegli scritti che ti fa venire voglia di prenderti del tempo per leggere di più (e magari leggere Faulkner e rileggere Bergson), studiare altro, elaborare - solo nella tua testa, per carità - riflessioni e spunti che vanno veloci e che affiorano e poi spariscono troppo in fretta, prima che li si possa acchiappare.
Non sono decisamente una critica letteraria, quindi lascio ad altri ben più competenti la lettura, l'analisi ed eventuali risposte. Segno però qui due spunti, soprattutto per me:
[...] per Egan la maturità non è una meta, non è “tutto” (come scriveva appena prima di suicidarsi Cesare Pavese, altro ragazzo che non aveva voluto o non aveva potuto decidere di crescere, in una splendida commistione di disperazione e ironia). Per Egan la maturità è ciò che resta, l’unica strada possibile per non finire risucchiati in un vortice temporale privo di coordinate diretto a velocità folle verso l’infinito.Infine, collegato, ma non solo, un appunto sul "linguaggio puro", di cui si parla nell'ultimo capitolo:
Il punto, semmai, è avanzare un’ipotesi interpretativa della realtà contemporanea che non ne appiattisca la complessità riducendola a un omogeneizzato di cultura pop e sappia al contempo guardare al futuro senza rimpianti: è questo forse il “linguaggio puro” evocato nell’ultimo capitolo, l’ammissione, terribilmente eversiva visti i tempi che corrono, che un futuro esiste e ha senso andargli incontro.
(che, beh, forse mi ha preso più per la quasi irragionevole e necessaria speranza che l'ultima frase trasmette)
martedì, marzo 06, 2012
LinkedIn e GGD Bologna
Per la rubrica Net and the city, Linda Serra delle GGD Bologna mi ha intervistato sull'utilizzo di LinkedIn e sui principali consigli per usarlo al meglio.
Ne parlerò in modo più approfondito il prossimo 12 marzo, ospite proprio delle GGD Bologna, per una lezione nell'ambito del corso di alfabetizzazione digitale da loro organizzato presso la Sala Cenerini, in via Pietralata 60.
Ne parlerò in modo più approfondito il prossimo 12 marzo, ospite proprio delle GGD Bologna, per una lezione nell'ambito del corso di alfabetizzazione digitale da loro organizzato presso la Sala Cenerini, in via Pietralata 60.
martedì, febbraio 28, 2012
The Good Wife e il mondo che cambia
Parlare del mondo che cambia, anche attraverso la tecnologia, a volte impercettibilmente, a volte silenziosamente: non dico sia il compito di una serie TV, ma apprezzo particolarmente chi riesce a farlo senza la strizzata d'occhio per far capire "che si è al passo coi tempi".
The Good Wife (CBS) ci sta riuscendo, soprattutto nell'ultima serie. Ecco cosa ne dice Emily Nussbaum sul New Yorker:
The Good Wife (CBS) ci sta riuscendo, soprattutto nell'ultima serie. Ecco cosa ne dice Emily Nussbaum sul New Yorker:
What has received less notice than the show’s complexity and its bold female characters is its unprecedented emphasis on technology. This season alone, Lockhart Gardner took a case involving the online currency bitcoin; used Twitter to upend British libel laws; handled a military case involving drone warfare; litigated crimes featuring violent video games and a “date rape” app; and dealt with various leaked-image disasters (a corporation fighting a viral video, an Anthony Weiner-like dirty photograph)
[...] In this quality, “The Good Wife” stands in contrast not merely to other legal shows, with their “The Internet killed him!” plots, but also to the reductive punditry of the mainstream media, so obsessed with whether Twitter is making us stupid. Put bluntly, “The Good Wife” is to the digital debate as “The Wire” is to the drug war.
lunedì, febbraio 20, 2012
Revolution 2.0: Wael Ghonim e l'attivismo in Egitto al tempo della Rete
Micah Sifry ha partecipato a un incontro di presentazione di "Revolution 2.0", il libro di Wael Ghonim, uno degli attivisti egiziani che hanno animato il movimento attraverso la Rete.
Nel giugno 2010 Ghonim aveva creato la pagina Facebook "We are all Khaled Said", dopo aver visto le foto di un giovane egiziano picchiato a morte dalla polizia. Una pagina che protestava contro la sua morte era stata creata, ma usava un linguaggio forte, offensivo, e la parola "nizaam" (regime), che un egiziano medio non avrebbe usato, sostiene.
Ghonim aveva quindi deciso di creare un luogo che aggregasse e promuovesse dialogo, mettendo poi in atto delle strategie mirate a far partecipare le persone in modo attivo.
Ecco come Micah riporta la sua spiegazione, partendo dal momento in cui Ghonim entra in contatto con l'amministratore dell'altra pagina:
Un'idea che sicuramente fa discutere, ma su cui riflettere.
A maggior ragione per una storia, quella dell'Egitto, ancora in pieno svolgimento.
[...] how a new generation that is growing up networked keeps spawning "free radicals"--people who teach themselves how to use technology to build community, share powerful messages and then ultimately weave movements for social change. Ghonim is just the most famous of a list of net-native activists who have figured out how this Internet thing can tip the scales their way.Su TechPresident Micah ha raccontato l'incontro e recensito il libro, una lettura obbligata.
Nel giugno 2010 Ghonim aveva creato la pagina Facebook "We are all Khaled Said", dopo aver visto le foto di un giovane egiziano picchiato a morte dalla polizia. Una pagina che protestava contro la sua morte era stata creata, ma usava un linguaggio forte, offensivo, e la parola "nizaam" (regime), che un egiziano medio non avrebbe usato, sostiene.
Ghonim aveva quindi deciso di creare un luogo che aggregasse e promuovesse dialogo, mettendo poi in atto delle strategie mirate a far partecipare le persone in modo attivo.
Ecco come Micah riporta la sua spiegazione, partendo dal momento in cui Ghonim entra in contatto con l'amministratore dell'altra pagina:
"The issue lies in the difference between activists and regular nonpoliticized young men and women," he told the other page admin. "Activists speak in rebellious language that is hard for those who have not gone through similar experiences to understand. The result is a gap between activists and their audience." Speaking at Harvard, Ghonim tried to make this distinction clear, declaring that he believed that "Engagism is more important than activism." That is, that it was more important to engage mainstream audiences rather than withdraw from them.La sintesi di Ghonim è in una frase: "'Engagism' is More Valuable Than Activism".
Un'idea che sicuramente fa discutere, ma su cui riflettere.
A maggior ragione per una storia, quella dell'Egitto, ancora in pieno svolgimento.
venerdì, febbraio 17, 2012
"Geek democracy" - domani a Bologna
Domani pomeriggio sarò a Bologna, ospite delle GGD Bologna per un evento intitolato "Geek democracy": si parlerà di agenda digitale europea (su cui il Comune di Bologna sta facendo un lavoro importante e articolato), politica 2.0, progetti e aspettative.
I lavori saranno aperti dal Console Generale degli Stati Uniti Sarah Morrison e proseguiranno con molti interventi. Di Stati Uniti (e non solo) parlerò anche io - qui qualche nota sparsa in una mini-intervista che mi hanno fatto le GGD bolognesi.
A domani!
I lavori saranno aperti dal Console Generale degli Stati Uniti Sarah Morrison e proseguiranno con molti interventi. Di Stati Uniti (e non solo) parlerò anche io - qui qualche nota sparsa in una mini-intervista che mi hanno fatto le GGD bolognesi.
A domani!
Un "diluvio" di dati per tracciare le migrazioni interne
Lo scorso settembre a Oslo ho conosciuto Even Westvang, sviluppatore e genio dei numeri con l'hobby della data visualization.
I dati usati sono quelli relativi a residenza, data di nascita, reddito, tutti dati che il governo norvegese rende pubblici.
Even era uno degli speaker di una conferenza chiamata Nordic Techpolitics e presentava un lavoro che analizzava i dati delle scuole di tutta la Norvegia per poi creare una mappa comparativa, chiamata Skoleporten.
Chiacchierando, Even mi aveva mostrato un progetto a cui stava lavorando nel tempo libero: tracciare le gli spostamenti di residenza dei suoi connazionali per capire quali sono i flussi migratori interni: circa 300.000 persone fanno parte di questi flussi (su una popolazione di 4 milioni e mezzo di abitanti).
Il suo lavoro è ora completo ed è visibile in un video piuttosto suggestivo che sta girando in Rete, dal titolo Deluge:
Deluge from even westvang on Vimeo.
Il suo lavoro è ora completo ed è visibile in un video piuttosto suggestivo che sta girando in Rete, dal titolo Deluge:
Deluge from even westvang on Vimeo.
I dati usati sono quelli relativi a residenza, data di nascita, reddito, tutti dati che il governo norvegese rende pubblici.
venerdì, gennaio 06, 2012
In Bielorussia una nuova legge sull'accesso alla Rete: ma è davvero censura?
[aggiornamento 11 gennaio: A last word on Internet "blocking" in Belarus]
Oggi in Bielorussia entra in vigore una legge con alcune disposizioni sull'accesso al web.
Negli ultimi giorni questa legge ha suscitato commenti e interpretazioni contrastanti dai commentatori del settore, con un'interpretazione prevalente che vuole che questa legge - in teoria principalmente indirizzata alle imprese - contenga in realtà elementi che possono portare a chiudere o limitare fortemente l'accesso ai siti web stranieri.
Ma equivale davvero alla "chiusura del web straniero"?
La situazione è complicata, se si sfugge ai titoli ad effetto e così ho provato a spiegarlo su TechPresident, con le informazioni in mio possesso (anzi, rinnovo la richiesta di volontari in grado di leggere il russo per provare a capirne di più).
Al momento, infatti, il testo della legge è disponibile solo in russo e le interpretazioni di due madrelingua russi sono contrastanti: Peter Roudik, che scrive sul sito della Biblioteca del Congresso USA, è stato il primo a rilanciare la notizia con l'interpretazione negativa di cui sopra, rapidamente ripresa sul web da molti.
Per contro, il giornalista Cyrus Farivar ha intervistato Keir Giles, direttore del Conflict Studies Research Centre di Oxford, il quale sostiene che la legge contenga praticamente disposizioni che interessano solo le imprese, che non vi sia menzione di accesso ai siti stranieri e che la legge sia stata male interpretata.
Un tentativo di censura o un pregiudizio verso la Bielorussia?
Se pregiudizio c'è, non è solo americano: la legge, infatti, nasce dal decreto presidenziale n.60 che il presidente Lukashenko ha firmato addirittura nel febbraio 2010 e su cui l'OSCE e Freedom House hanno manifestato parecchi dubbi in alcuni report ufficiali.
La Bielorussia comunque nega interpretazioni di questo tipo: in Italia, anzi, invia una richiesta di rettifica al Sole24ore (la segnalazione mi è arrivata, tra l'altro, proprio dall'account Twitter dell'ambasciata bielorussa in Italia, che deve aver visto che ne avevo scritto).
Insomma, come si dice, to be continued...
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Red Church - photo by archer10 |
Negli ultimi giorni questa legge ha suscitato commenti e interpretazioni contrastanti dai commentatori del settore, con un'interpretazione prevalente che vuole che questa legge - in teoria principalmente indirizzata alle imprese - contenga in realtà elementi che possono portare a chiudere o limitare fortemente l'accesso ai siti web stranieri.
Ma equivale davvero alla "chiusura del web straniero"?
La situazione è complicata, se si sfugge ai titoli ad effetto e così ho provato a spiegarlo su TechPresident, con le informazioni in mio possesso (anzi, rinnovo la richiesta di volontari in grado di leggere il russo per provare a capirne di più).
Al momento, infatti, il testo della legge è disponibile solo in russo e le interpretazioni di due madrelingua russi sono contrastanti: Peter Roudik, che scrive sul sito della Biblioteca del Congresso USA, è stato il primo a rilanciare la notizia con l'interpretazione negativa di cui sopra, rapidamente ripresa sul web da molti.
Per contro, il giornalista Cyrus Farivar ha intervistato Keir Giles, direttore del Conflict Studies Research Centre di Oxford, il quale sostiene che la legge contenga praticamente disposizioni che interessano solo le imprese, che non vi sia menzione di accesso ai siti stranieri e che la legge sia stata male interpretata.
Un tentativo di censura o un pregiudizio verso la Bielorussia?
Se pregiudizio c'è, non è solo americano: la legge, infatti, nasce dal decreto presidenziale n.60 che il presidente Lukashenko ha firmato addirittura nel febbraio 2010 e su cui l'OSCE e Freedom House hanno manifestato parecchi dubbi in alcuni report ufficiali.
La Bielorussia comunque nega interpretazioni di questo tipo: in Italia, anzi, invia una richiesta di rettifica al Sole24ore (la segnalazione mi è arrivata, tra l'altro, proprio dall'account Twitter dell'ambasciata bielorussa in Italia, che deve aver visto che ne avevo scritto).
Insomma, come si dice, to be continued...
giovedì, dicembre 29, 2011
Gladwell Vs. Shirky: un anno di dibattito alla prova dei fatti
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Tahrir Square, febbraio. By Ramy Raoof |
Dopo un anno di primavera araba e Occupy Wall Street, chi aveva ragione?
Il dibattito
In un articolo del New Yorker di cui si è molto parlato (ottobre 2010), Gladwell parlava dell'evoluzione dell'attivismo degli anni '60 per confrontarlo con quello (presunto?) di questi anni di social network.
Nella sua analisi, Gladwell riprendeva anche la distinzione di Granovetter tra strong ties - i legami forti e costanti che manteniamo con le persone a noi vicine, famiglia e amici stretti, presumibilmente in contesti maggiormente omogenei - e weak ties - quelli deboli che però ci consentono di avere contatti con reti più estese e varie (risultando, ad esempio, più utili nella ricerca di un lavoro, secondo il sociologo). Nelle rivoluzioni, nei momenti in cui è necessaria azione, sosteneva Gladwell, sono i legami forti che ti fanno agire, non certo i legami deboli, non certo i social network e le "amicizie" su Facebook, non i clic di sostegno a cause vicine e lontane.
Pessimismo o realismo?
Non è tutto qui, secondo Clay Shirky, docente a NYU e una delle voci più riconosciute e apprezzate per quanto riguarda le analisi dei movimenti sociali al tempo della Rete (sono considerati fondamentali i suoi saggi Here comes everybody e The cognitive surplus, entrambi tradotti in Italia da Codice Edizioni).
In un lungo articolo Shirky ha risposto così:
“the fact that barely committed actors cannot click their way to a better world does not mean that committed actors cannot use social media effectively.”Cioè: certo, qualche clic qua e là non ha impatto sociale, ma questo non vuol dire che chi invece sta impegnandosi attivamente non usi invece i social media in modo efficace, persino inventando nuove modi di farlo.
In sintesi
La sintesi la fanno loro in uno scambio di lettere su Foreign Affairs:
Gladwell: [Shirky's] argument to be anything close to persuasive, he has to convince readers that in the absence of social media, those uprisings would not have been possible.
Shirky: I would break Gladwell’s question of whether social media solved a problem that actually needed solving into two parts: Do social media allow insurgents to adopt new strategies? And have those strategies ever been crucial? Here, the historical record of the last decade is unambiguous: yes, and yes.
Chi ha ragione?
Anche in Italia, il dibattito tende a polarizzarsi, perché è molto più semplice gestirlo così (e anche qui andrebbero fatte diverse riflessioni).
Per parte sua Wasik propone alcune interessanti riflessioni sulle posizioni di entrambi e conclude così:
As Shirky puts it, digital networks “do not allow otherwise uncommitted groups to take effective political action. They do, however, allow committed groups to play by new rules.”
To this assessment, I’d add something else: They create new rules for how committed people get and stay connected with one another, and how those connections get classified, even in their own minds. After all, it’s not hard to imagine that, when faced with a questionnaire asking to list their closest friends or associates, these activists would list one another, rather than their family or the people they drink with in their own hometowns.
Activists may need “strong ties” to risk their lives in the streets, but it’s clear those ties can stretch across continents, and can consist entirely of bits — right up until the moment when they come together.
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