domenica, maggio 25, 2014

I dati, una questione di potere

Lo spiega Cathy O'Neil aka Mathbabe:

Data and data modeling are not magical tools. They are in fact crude tools, and so to focus on them is misleading and distracting from the real show, which is always about power (and/or money). It’s a boondoggle to think about data when we should be thinking about when and how a model is being wielded and who gets to decide.
Uno dei principali problemi che abbiamo è che i dati vengono raccolti e conservati ma i modelli per analizzarli non sono ancora stati inventati, in gran parte.

Una pressante questione per il presente, ma - e soprattutto - per il futuro.

giovedì, maggio 15, 2014

"Let's talk about sex, baby, let's talk about PGP"

Un paio di settimane fa, durante Re:publica 2014, Jillian York (della Electronic Frontier Foundation) e Jacob Applebaum (Tor Project) hanno messo su una specie di talk-show per parlare di sorveglianza, delle conseguenze che può avere per tutti - sì, anche se noi "non abbiamo niente da nascondere" - e degli strumenti per proteggere se stessi e gli altri.

Il titolo era "Let's talk about sex, baby, let's talk about PGP" e utilizzava la metafora del sesso sicuro per parlare di come usare la tecnologia per proteggerci dalla sorveglianza di massa.

Enjoy!

sabato, aprile 12, 2014

Vivere col salario minimo - un esperimento politico

I miei amici Giorgia e Ben vivono a New York, con il loro cane Skye.

Dal 1° aprile al 31 maggio si sono imbarcati in un progetto interessante, che li metterà certamente alla prova. Si chiama Living on the Minimum Wage experiment.

Ecco come lo presentano (qui la versione in inglese)

Courtesy of Freerangetalk
Per 2 mesi (sì, 60 GIORNI) vivremo con il salario minimo di $8 l'ora, cioe' $1300 al mese. Lo facciamo perche' quando Obama ha proposto di alzare il salario minimo a $10.10, alcuni han gridato al lupo e hanno detto che stava per rovinare l'America. Ci siamo chiesti quindi come fosse la vita a NY per chi guadagna $8 l'ora, e se guadagnando 2$ in piu' l'ora si spenderebbe anche di piu' (metti in circolo i soldi, era cosi' lo slogan?) e per comprare cosa.

Quando tutto costa troppo, cosa compri? A cosa rinunci? Come fai a procurarti del caffè decente?

Date un'occhiata al loro blog e se conoscete escamotage... fateglielo sapere!
In bocca al lupo!

lunedì, marzo 17, 2014

"I numeri non parlano da soli": intervista a Nate Silver

Oggi - tra qualche ora - Nate Silver riparte con FiveThirtyEight, un numeroso staff e un progetto assai ambizioso.

Alcuni mesi fa ho avuto l'onore e il piacere di intervistarlo per l'Internet Festival.

Abbiamo parlato di big data e politica, della credibilità dei media e del suo approccio all'analisi politica. Un approccio etico, senza alcun timore a definirlo tale - una boccata d'aria pura, essendo abituati alla reazione da sopracciglio alzato quando si parla di etica.

Ma, ancora di più, un approccio etico che vuol dire metodo trasparente, che vuol dire parlare di politica slegandosi dal retroscenismo. E che vuol dire non illudersi che i numeri siano neutri, ma che si possano far parlare (che è quello che fanno tutti) in modo più chiaro, coerente e contestualizzato. Credendo, insomma, che possiamo fare un lavoro migliore.

domenica, marzo 02, 2014

Racconti dal Parlamento Europeo: noi, l’Europa e le elezioni 2014

Sede del Parlamento Europeo, Strasburgo
La scorsa settimana ho passato alcuni giorni a Strasburgo, ospite dell’EPP, il gruppo del Partito Popolare Europeo.

L’obiettivo del viaggio - che raccoglieva circa una trentina di persone da tutta Europa - era mostrare il funzionamento delle istituzioni europee e consentire il confronto tra i parlamentari europei del gruppo e i cittadini che a vario titolo si occupano di politica (ma, tendenzialmente, non di temi legati all’Europa).

Con i parlamentari abbiamo affrontato numerosi temi, dal bilancio ai diritti della Rete, dalla politica economica al ruolo delle istituzioni europee.
Ci siamo anche confrontati con chi si occupa della comunicazione e dei problemi che comporta.

Non conoscevo nessuno dei partecipanti stranieri, abbastanza eterogenei - sebbene nello stesso ambito - per provenienza lavorativa, da addetti stampa ad attivisti, da giornalisti ad avvocati (con l’hobby di scrivere di politica), da docenti universitari a giovani studenti di scienze politiche (questi ultimi in gamba e riprovevolmente giovani).

Con me dall’Italia c’era Sergio Maistrello - che ha scritto alcune interessanti riflessioni.
Provo a buttarne giù qualcuna anche io.


1. Se dovessi portarmi a casa un pensiero “da cittadina” è che siamo (da intendersi come “cittadini dell’UE”) in mezzo a una guerra di posizione in cui è difficile prendersi le responsabilità delle cose da fare.

Da un lato i politici nazionali non vogliono mostrare di non essere loro a decidere e quindi tendono a ridurre il ruolo dell’Europa e la sua importanza, dall’altro vi fanno ricorso in caso di scelte impopolari.

 Da un lato i parlamentari europei (da qui “MEP”) possono rivolgersi al territorio di elezione - e spesso lo fanno - per raccontare il proprio operato, dall’altro non possono mettersi in aperto contrasto col partito e il loro sforzo sul territorio è comunque ridotto.

Da un lato il lavoro di parlamentare europeo richiede grandi competenze, dall’altro per anni il Parlamento Europeo è stato spesso usato per spingere persone di visibilità mediatica (questo me l’ha detto un MEP italiano) a scapito delle competenze, oppure come parcheggio per elefanti politici (questo lo dico io). Anche se le cose stanno lentamente cambiando, mi viene detto.

L’Italia, però, ha ancora scarso peso all’interno del Parlamento Europeo, ben inferiore a quanto potrebbe e dovrebbe, dato l’alto numero di parlamentari eletti, mi spiegano gli addetti ai lavori. 

Delle istituzioni europee ci ricordiamo in questi giorni di Ucraina e Russia, ma vi ricorriamo quasi come ricorriamo agli USA, come un’entità che dovrebbe aver potere di fare qualcosa.

E forse dovrebbe, ma noi, cittadini e politici italiani, glielo stiamo dando? Glielo abbiamo dato? è coerente chiedere decisioni e azioni a persone non elette (nel caso della Commissione Europea), di cui sappiamo a malapena il nome? E noi i nostri eletti, quelli di cui abbiamo scritto il nome sulla scheda - sì, per queste elezioni sì - li conosciamo? Sapremmo rivolgerci a loro per far sentire le nostre esigenze?

Votazioni - foto di Sergio Maistrello

2. Riprendo un pensiero di Sergio, che scrive:
“Rifletto sull’assenza di spazi di costruzione di una narrazione continentale, comune, condivisa. Non ci unisce un solo giornale, sito, fonte, blog di riferimento. Mettiamo insieme frammenti di un racconto frammentatissimo. Le nostre categoria di lettura della cittadinanza europea sono ancora prepotentemente nazionali. La narrazione europea procede per estremi: caterve di documenti per addetti ai lavori oppure la miopia della propaganda locale. Da questo punto di vista internet e i social media sono un’opportunità straordinaria, mi pare di capire ancora poco sfruttati (da noi cittadini, prima ancora che dai funzionari).” 

Forse non è così perché così (non) è la nostra percezione: cosa ho in comune col giovane lettone che mi parla del suo Paese appena entrato nell’euro e di cosa questo ha comportato per la loro economia? Di cosa potrei parlare con lo studente svedese che fa politica nei gruppi giovanili o con il docente olandese che organizza dibattiti sul ruolo dell’Europa nel suo Paese?
A pensarci in astratto non mi sarebbe venuto in mente nulla, in realtà di molte cose abbiamo parlato, scoprendo molto in comune, pure in contesti molto diversi.

Come scrive Sergio “la cittadinanza europea è un potente generatore di contesto: accoglie e favorisce il confronto. Il passaggio da cittadino italiano a cittadino europeo che vive in Italia è sorprendentemente rapido.” E i temi europei, l’impatto sulle rispettive nazioni di provenienza, il ruolo in ambito internazionale hanno permeato molte delle discussioni in quei giorni e delle riflessioni successive.

Questo viaggio, tra molte altre cose, mi ha fatto pensare che, nostro malgrado, siamo già nel futuro.
Ma il non rendercene conto non solo ci rende profondamente inadeguati a raccontarlo, ma anche a crearci gli strumenti per viverlo.

mercoledì, febbraio 12, 2014

La guerra ai whistleblower e il controllo sociale


Governments usually argue: “if you have done nothing wrong, you have nothing to hide…” 

Actually we might not be doing anything wrong now, but perhaps in five years time the law could change. 
For example, now we can go and protest on the street, like with the Occupy movement, and that is not illegal; however in times of social unrest that might be deemed to be illegal. 

If the political and legal environments shift, by storing all this information about people, they could go back to these records and use them against you. They could identify and profile you, trying to spot potential problem people. 
That’s why I think that the bulk collection of data is a source of societal control.


Annie Machon lavorava per il MI5, l'agenzia per la sicurezza e il controspionaggio del Regno Unito. Negli anni 90 è diventata una whistleblower, denunciando crimini commessi dalla sua agenzia, tra cui intercettazioni illegali tenute nascoste al governo stesso. Oggi ha creato la Courage Foundation to Protect Journalistic Sources. Primo beneficiario: Edward Snowden.

L'intervista di Carola Frediani a Annie Machon è su Techpresident.

lunedì, dicembre 30, 2013

Nella lista degli innovatori - e rilanciare nel 2014

Il 2013 si chiude con un riconoscimento inatteso: far parte della lista dei 100 innovatori italiani che Riccardo Luna ha stilato per Che Futuro.

Condivido la posizione 69 - un vero onore - con Carola Frediani, che nelle ultime settimane ha iniziato a collaborare con me e con la redazione di Techpresident.

La lista è ricchissima, ma mi va di segnalare alcune persone che conosco meglio, amici, persone di cui conosco il lavoro e per cui ho molta, molta stima.
Persone che dovreste conoscere, insomma:

  • Ernesto Belisario e Guido Scorza (77), campioni dell'innovazione... a norma di legge (non fatevi ingannare da giacca e cravatta: è solo un surrogato moderno dell'armatura)
  • Michele D'Alena e Annibale D'Elia (97), due avanguardie dell'innovazione nella P.A., rispettivamente nella "mia" Bologna e in Puglia, la mia regione. Due amici, due persone belle, limpide e piene di energia
  • Alberto Cottica (70), un mentore, con cui ho avuto il privilegio di lavorare e dal cui approccio mi sono fatta entusiasmare - una cosa che non può non succedere quando lo conosci
  • il team di OpenRicostruzione (26), una delle esperienze virtuose che dovrebbero essere più conosciute in Italia e che è un piacere raccontare all'estero


Ci sono molte altre persone e storie che conosco, da Seble Woldeghirghis (58) a Maurizio Napolitano (71), da Rebecca Zamperini (5) a Federico Bastiani e la social street (21).

Ma ce ne sono molte altre, in quella lista, di cui non so nulla.
Il mio proposito per il nuovo anno è quello di leggerle e conoscerle meglio.
E di mettere in pista un paio di progetti a cui sto lavorando in questi mesi.

Riparto da qui: dal sole, dalla testa sgombra di pensieri e da un foglio bianco.

Buon 2014!

lunedì, dicembre 16, 2013

Ostaggio del(l'urlo) più forte

Nell'ultima settimana mi è successo per tre volte.

La prima è stata quando mia madre mi ha raccontato che, nella mia città natale, i “Forconi” avevano minacciato gli impiegati di una banca di ripercussioni se non avessero chiuso la filiale e sospeso le attività (spaventando ovviamente i presenti, inclusa un'anziana signora che si è sentita male).

La seconda è stata il 12 dicembre, a Milano, quando durante la commemorazione di piazza Fontana, un gruppo di persone, prevalentemente giovani, ha iniziato a urlare, contestando Maroni, “i fascisti” e altre cose che non ho ben capito.
Potevano aspettare che terminasse il momento di silenzio, invece no, hanno dovuto urlare, creando qualche scaramuccia verbale, nulla di più, per fortuna.
Per la prima volta mi sono sorpresa a pensarla come a una violenza.

Dopo sono rimasta ancora un po' mentre la piazza si svuotava lentamente. C'era una signora che mi ha detto che viene a piazza Fontana ogni 12 dicembre, da 25 anni. Per anni ha buttato giù il dispiacere e la rabbia di vedere gli amministratori leghisti e di destra alla commemorazione, ma questa è stata la prima volta che non ha potuto avere silenzio per le vittime.
Poteva avere l'età di mia madre e aveva quasi le lacrime agli occhi mentre lo diceva.

Infine è successo oggi, quando una mia amica mi ha raccontato di essere stata investita su una strada pedonale da un uomo in bicicletta, in una zona centralissima di Roma.
Ora, voi la mia amica non la conoscete, ma è la persona più educata e deliziosa che ci si possa immaginare (insomma, non come me – che probabilmente gli avrei dato del cretino) e quindi si è limitata a dirgli che non è modo di fare.
Sentendosi rispondere "stai zitta, sporca troia" e venendo spinta tanto forte da finire per terra. 


Per tre volte in una settimana mi sono sentita ostaggio.
Ostaggio di chi urla più forte, di chi spinge, di chi minaccia. Di chi pensa che la sua rabbia, la sua frustrazione vadano affermate subito e comunque, di chi deve dire “io, io” – magari pensando di dire “noi”, a volte, ma senza nessuna intenzione di ascoltare gli altri che fanno (farebbero?) parte di quel noi.

Mi sono sentita ostaggio nel Paese in cui vivo – e non mi era mai successo.
Anzi, peggio ancora, mi sono sentita ostaggio delle persone che con me vivono in questo paese. E non è un giudizio di valore, non so se quelle persone avevano istanze giuste nei casi specifici (nel caso della mia amica lo so: ciclista, se ti becco ti corco).

So che mi sembra sempre più che la scelta fatta da tanti sia di non pensare a lungo termine, di non pensare non solo al futuro, ma anche solo a domani. C'è solo l'oggi, la rabbia, lo sfogo, il gridare “io, io”.

Questa settimana, per la prima volta, per un solo momento, ho avuto paura.

venerdì, novembre 22, 2013

Aaron Swartz, i cittadini attivi e gli strumenti per la collettività

Effective citizens are multifaceted and multitalented. They recognize that there are many paths towards social change and that we might have to walk multiple paths simultaneously. 
The most effective citizens have a more complete toolbelt than most of us have – they understand that they may need different techniques at different points in their struggle, sometimes building businesses, other times building popular social movements.
Nel giorno in cui avrebbe compiuto 27 anni, Ethan Zuckerman ha ricordato Aaron Swartz, il programmatore e attivista che si è tolto la vita nel gennaio scorso.

E lo ha fatto parlando anche dei cittadini attivi, degli strumenti e della capacità che mettono al servizio della collettività. Da leggere.

giovedì, novembre 21, 2013

Bosnia: un censimento che riaccende divisioni etniche



In una nazione il censimento può dare un'immagine di come quel paese sta cambiando.

In Bosnia, però, può diventare anche un'occasione per parlare dell'identità di un Paese, specie se è il primo che si svolge dopo il 1991.

Un'iniziativa di monitoraggio civico del censimento ha mostrato che il tema dell'etnia è ancora una questione molto controversa - una complessità che le istituzioni non sembrano voler riconoscere.

Ne ho scritto su Techpresident, dopo alcuni giorni e interviste a Sarajevo (dove ho partecipato al Community Boostr camp) - ed è un articolo a cui tengo molto.

lunedì, settembre 30, 2013

Diplohack: risolvere problemi incrociando le reti

Photo by Juan Tan Kwon (CC BY-NC-ND 2.0)
Metti in una stanza un diplomatico, uno sviluppatore e un operatore di una ong, falli lavorare su un tema concreto e... cosa ottieni?

Lo spiega un interessante pezzo di Wired UK:

The two questions -- "How can creative collaboration in the arts enhance freedom of speech and tolerance?" and "How can open data and technology improve sustainability in the food supply chain?" -- were not designed to give life to concrete ideas that would result in app development. The point was the process. What happens when you stick individuals from totally different backgrounds, skillsets and agendas in the same room to hash out an idea.

Aprire le reti, aggregare competenze, creare nuovi processi.
Un esperimento da provare. Per ora lo hanno fatto le ambasciate di Svezia e Olanda.
Who's next?

sabato, agosto 31, 2013

Why our webs are rarely world wide (and what we can do about it)

In attesa dell'inizio ufficiale delle attività (la scuola non comincia a settembre, in fondo?) e mentre si preparano progetti e novità, recupero un po' di interventi interessanti.

Questo è quello di Ethan Zuckerman, direttore del Center for Civic Media del MIT, a capo delle ricerche del MIT Media Lab e co-fondatore di Global Voices.

Una riflessione su come vediamo la Rete, cosa manca e come vedere un mondo un po' più grande di quello a cui siamo abituati. Sono 14 minuti ben spesi.




mercoledì, luglio 17, 2013

Le cose cambiano (e cominciamo a cambiarle)



Da qualche tempo collaboro con Le Cose Cambiano, progetto per combattere il bullismo omofobico, creato dall'associazione Girls and Boys e dalla casa editrice ISBN Edizioni.

Le Cose Cambiano nasce da It Gets Better Project, nato nel 2010 per iniziativa dello scrittore Dan Savage e di suo marito Terry Miller, dopo alcuni suicidi di adolescenti vittime di bullismo perché gay.
It Gets Better è iniziato così, con un video della coppia che parlava di quanto era stato difficile superare l'adolescenza, ma che, soprattutto, condivideva i momenti belli della vita insieme per dimostrare che le cose cambiano, migliorano. Da lì, l'iniziativa si è diffusa, moltissimi video sono arrivati, inclusi quelli di personaggi famosi, anche non appartenenti alla comunità LGBT.

Alcune tra queste sono diventate un libro, It Gets Better: Coming Out, Overcoming Bullying, and Creating a Life Worth Living", realizzato raccogliendo alcuni tra i messaggi di persone comuni e celebrità, da Obama a Ellen DeGeneres, da Michael Cunningham a Hillary Clinton.
A settembre ISBN pubblica l'edizione italiana del libro - tradotta (e ne sono assai contenta) dalla sottoscritta - che conterrà anche diverse testimonianze tra quelle arrivate al sito di Le Cose Cambiano.

Da parte mia, cerco di dare un piccolo contributo anche scrivendo alcuni post per il blog del sito: è una specie di piccola rubrica che si chiama Cose dell'altro mondo e che raccoglie notizie provenienti dall'estero.
Si tratta di un percorso lungo e difficile, ma che va fatto, da tutti e per tutti. Per tanti motivi che possono suonare retorici - e il cinismo si porta sin troppo - ma, volendo sintetizzare, perché sono diritti, perché è assurdo che le persone abbiano paura per quello che sono.

[sto per sbracare? Forse. E allora, già che ci siamo, grazie a Linda e a Chiara, che mi permettono di fare la mia piccola parte]


martedì, luglio 16, 2013

Cittadini e istituzioni - riflessioni post State of the Net

Foto di Alessio Jacona (CC BY-NC-SA 2.0)

È come cercare di far comunicare due persone di diversa nazionalità che non conoscono l’una la lingua dell’altra. Come qualche esperienza in un Paese straniero può farci ricordare, però, la volontà di comunicare in qualche modo riesce a farci ottenere qualche informazione utile, almeno. Ma solo se il nostro interlocutore vuole comunicare con noi. 
Questa precondizione mi sembra mancare nella maggior parte dei casi e credo sia il primo passo da fare: le istituzioni non sono abituate a comunicare coi cittadini, sono abituate a controllare le informazioni e a non condividerle. D’altro canto i cittadini, spesso esasperati per vari motivi, usano i nuovi canali per sfogare la frustrazione, più che per dialogare e partecipare, rendendo difficile il lavoro anche a chi lavora bene e cerca di spiegare l’azione pubblica. 
Una comunicazione efficace comincia col reciproco ascolto. Per poi trovare un linguaggio comune.

Lucio Bragagnolo mi ha intervistato per Apogeonline su State of the Net: abbiamo parlato della comunicazione tra cittadini e istituzioni, di accesso all'informazione e della creazione di una cultura della partecipazione.
Per me è stata una buona occasione di ripensare alla conferenza e, in particolare, alla mia sessione su politica e cittadinanza, di cui elenco gli interventi qui di seguito.



Ed è una buona occasione anche per recuperare tutti gli altri interventi e panel della migliore conferenza italiana su questi temi.
Per essere pronti all'edizione 2014, chiaramente.

domenica, luglio 14, 2013

Comunicazione, questione di strategia - lezioni da Alastair Campbell


Viene da chiedersi: se i comunicatori sono bravi a comunicare, com’è possibile che la comunicazione abbia una reputazione così drammatica? La risposta, dal mio punto di vista, è che i comunicatori non sono poi così bravi, ma anche perché i veri spin doctor, nel mondo d’oggi, sono i giornalisti, quelli della tv, i blogger, e tutti loro vogliono far credere ai propri lettori di possedere il monopolio della verità, e in modo più o meno sottile suggeriscono di ignorare chiunque altro: i politici, i loro portavoce, le aziende e i loro consulenti, gli stati e i loro “brand manager”. 

 Ci sarebbe da commentare e citare molto dell'intervento di Alastair Campbell al Centre for Corporate Public Affairs di Melbourne di cui oggi Europa pubblica alcuni estratti.

A prescindere dall'opinione su Blair e Clinton (e non dovrei precisarlo, ma tant'è), questo intervento spiega alcune cose fondamentali sulla comunicazione politica e sulla sua quasi totale assenza nel nostro Paese.
Ma anche sui vari fraintendimenti a riguardo: che la comunicazione possa farla chiunque, che i media vadano inseguiti, che il dialogo che la politica ha con giornali e tv possa essere semplicemente trasposto sui social media, che "la gente non capisce".
Di recente ho lavorato con un leader politico che mi ha chiesto: «Come faccio a fare la cosa giusta rimanendo popolare?». Gli ho risposto: «Fai la cosa giusta». Ma la fai all’interno di una chiara cornice strategica, ti confronti costantemente col pubblico, metti in piedi sistemi di coordinamento che funzionano, in modo che col tempo il tuo messaggio arrivi al bersaglio, col tempo i tuoi cambiamenti siano compresi, col tempo la gente diventi più ragionevole nei suoi giudizi. Quello che fai è più importante di quello che dici, ma come lo dici può aiutarti se stai facendo la cosa giusta.

Oggi, in un contesto mediatico rapidamente cambiato e ancora in mutazione, forse il più grosso fraintendimento sulla comunicazione politica oggi è che si tratti di forma rispetto alla sostanza delle cose fatte e da fare.
Dimenticando, come giustamente scrive Francesco Cundari, che i problemi di comunicazione non sono mai problemi di comunicazione.


martedì, giugno 25, 2013

[Stasera a Bologna] Se la democrazia è debole, a cosa serve la Rete?

Democrazia debole, partecipazione, Rete: sono alcune parole chiave dell'incontro a cui parteciperò stasera a Bologna, organizzato da RENA.

Michele D'Alena mi ha invitato a parlare di come si ripensano la partecipazione e le istituzioni al tempo dei media sociali, in un momento di sfiducia e indignazione dei cittadini verso politici e amministratori pubblici (nonché dei media tradizionali) senza precedenti, ma anche di grande energia e voglia di cambiamento, spesso confuso.

"Il risultato è inevitabilmente contraddittorio, un magma che include superficialità e paranoia, ma anche molti cittadini salutarmente critici, desiderosi di accedere alle fonti, di ripensare con la propria testa questioni fondamentali, come testimoniano i forum online di tutta Europa", così scrive Juan Carlos De Martin, in un post molto interessante di un paio di mesi fa. Per coincidenza, sia io che Michele lo abbiamo preso come punto di partenza della nostra riflessione.

Ecco alcuni degli elementi da cui parte Juan Carlos:
1. Crisi di legittimità: i partiti politici sono l'istituzione più odiata - e non hanno finora reagito in maniera adeguata)
2. Partitocrazia: alla massima sfiducia verso i partiti corrisponde un potere enorme, un "vero e proprio monopolio della vita pubblica". Questo crea ulteriore rabbia e frustrazione, a maggior ragione in questo particolare momento storico.
3. Globalizzazione: JC scrive che la globalizzazione "a partire dagli anni '70 ha progressivamente ridotto la capacità delle democrazie di controllare l'economia. Anzi, la globalizzazione ha portato a un'influenza sempre maggiore dell'economia sulla politica, provocando, oltre al resto, un generalizzato aumento delle diseguaglianze". Anche questo è un elemento che la crisi accentua profondamente.

Che ruolo hanno i media sociali nel dialogo (spesso cercato, a volte solo esibito) tra cittadini e politici?

Le strade che vengono indicate vanno dalla democrazia diretta vagheggiata da Casaleggio, a nuove (piatta)forme di collaborazione tra i cittadini e i loro rappresentanti.
Si parla molto di Liquid Feedback, usato dal Partito Pirata tedesco: pochissimi giorni fa Laura Puppato e una quindicina di parlamentari hanno lanciato TuParlamento.it, spazio partecipativo che tenta di creare un legame tra proposte dei cittadini e lavoro degli eletti in Parlamento.
Si parla dell'attesa, ma non ancora disponibile, piattaforma del Movimento 5 Stelle e del loro prossimo progetto di Parlamento Elettronico nella regione Lazio (ne parla sull'Espresso Fabio Chiusi). E all'estero si sperimentano altre forme "ibride" di collaborazione, come il francese Parlement et Citoyens, che ha l'obiettivo di far collaborare le due parti nella stesura di disegni di legge.

"I partiti, dunque, per riprendere l'iniziativa e affrontare la loro crisi di legittimità dovrebbero avviare una stagione costituente rivolta innanzitutto a loro stessi, con riflessioni incentrate, da una parte, sulla democrazia debole in tutti i suoi aspetti, e, dall'altra parte, sulla Rete sia come strumento abilitante sia come fattore di cambiamento antropologico di molti cittadini" conclude De Martin.

Come cambia la partecipazione politica e civica dei cittadini in un contesto del genere?

E, a margine: siamo sicuri di sapere ancora distinguere la differenza tra partecipazione e frustrazione? Credo che questo sia un elemento fondamentale - e preliminare, in qualche modo - da fare quando si riflette su questi temi.

A stasera!

lunedì, giugno 17, 2013

In difesa dei diritti in Rete (che sono diritti, punto)

MEP Marietje Schaake - PDF France 

Penso sia raro incontrare persone preparate, competenti e motivate come Marietje Schaake, europarlamentare europea, che si occupa di diritti umani, Rete ed economia digitale.
Ne prendo atto ogni volta che ascolto i suoi interventi, ultimo dei quali quello di giovedì scorso a PDF France.
Qui un brano di un suo recente editoriale sui temi di cui si occupa, alla luce delle ultime rivelazioni su PRISM e la NSA.

Digital freedoms and fundamental rights need to be enforced, and not eroded in the face of vulnerabilities, attacks, and repression. In order to do so, essential and difficult questions on the implementation of the rule of law, historically place-bound by jurisdiction rooted in the nation-state, in the context of a globally connected world, need to be addressed. This is a matter for the EU as a global player, and should involve all of society.
The good news is that we don’t need ‘cyber democracy’ to guarantee ‘cyber security’. In most cases the foundations for resilience are already in our existing laws and regulations. Technologies are an essential part of our daily lives, businesses, education, cultural experiences and political engagement. As a result, resilience and defense need to be integrated and mainstreamed to strengthen both freedom and security.
Qui il testo completo dell'editoriale, intitolato "In defense of digital freedom".



sabato, maggio 04, 2013

Mi si è ristretto il FOIA e altre storie aka Dai diritti non si torna indietro

American Redaction - Truthout.org (CC BY-NC-SA 2.0)
L'ho scritto ieri sul sito di Diritto Di Sapere e lo ha ricordato Guido ieri sera alla serata dei Pionieri del Progetto Rena (dove DDS è stato tra i dieci vincitori!): quando si parla di diritti bisogna stare attenti a non tornare indietro, oltre che a guardare avanti.

In questo momento non ho tempo e modo di affrontare nel merito le recenti questioni italiane sulla Rete - parlano in tanti, se non posso farlo bene, preferisco non farlo affatto. Una cosa, però, voglio dirla, a margine (e relativamente nel merito): noto che sempre di più su questi temi si lavora sempre meno per fare cultura e sempre più spesso per creare delle categorie pseudomanichee di buoni e cattivi, perché è sempre più facile puntare il dito e basta, mettendosi implicitamente nella categoria "ho ragione io" - che è persino meglio di quella dei buoni.

Ho letto pochissime cose analitiche e costruttive, anche da coloro che si sono sentiti "investiti" del compito di mettere in chiaro la questione originata dall'intervista di Laura Boldrini a Repubblica. E la verità è che, se manca quello, beh, perderemo.

Perderemo perché ora le leggi in teoria ci sono e in pratica spesso non vengono applicate.
Perderemo perché oggi le leggi a volte arrivano a regolamentare qualcosa che già esiste o a garantire diritti in contesti in cui la società è più avanti del legislatore (e ovviamente parlo di molti diritti, non solo quelli relativi alla Rete), ma in cui senza il legislatore non può davvero avanzare.

Perderemo se non capiamo che le leggi sono un tassello e la cultura è il puzzle.
Perderemo se non guarderemo più il puzzle e la figura che compone.
Perderemo se continueremo a fissare e fissarci su un pezzo, quello che magari conosciamo anche, e che per questo - a torto - pensiamo in qualche modo di possedere.


(e sì, la mia prof. di filosofia me lo diceva sempre, di lavorare sul dono della sintesi)


sabato, aprile 20, 2013

Facebook e la comunicazione politica: un libro (mio)

Da ieri è online (e in vendita) "Facebook e la comunicazione politica", il mio secondo libro.

Ho cercato di mettere insieme un'analisi degli strumenti, sfatare falsi miti e segnalare possibili problemi della comunicazione politica fatta su Facebook.
Quella che tutti fanno pensando che tanto "basta avere un account su Facebook" - e dimenticando che per un personaggio pubblico, e un politico a maggior ragione, le cose funzionano un po' diversamente.
Quella che in molti pensano stia cambiando le sorti della politica, e non è proprio così - quando lo fa, è per motivi molto diversi da quelli che ci si immagina.

Il libro è pubblicato da  in "Sushi", la nuova collana di ebook di Apogeo Editore, ed è disponibile su AmazoniBooks e sul sito della Feltrinelli.
Sul sito di Sushi c'è anche un forum su cui discutere dei temi legati al libro.
Se lo leggete, fatemi sapere cosa ne pensate.

[E, certo, leggetelo!]

PDF France: il 13 giugno a Parigi


Sono aperte le iscrizioni al Personal Democracy Forum France, che si svolgerà a Parigi il 13 giugno 2013.
Si tratta del terzo evento che Personal Democracy Media organizza in Francia, dopo quelli del dicembre 2011 e dicembre 2012.

Si parlerà di pubblica amministrazione e cittadini, di open data, di piattaforme collaborative e innovazione sociale.

L'evento è gratuito e si svolge all'interno del festival Future en Seine.
Si terrà principalmente in francese, ma con alcuni eventi in inglese (incluso quello di uno speaker italiano).