"Ieri ti sarei venuta a cercare anche in Tibet. DOVEVI esserci"
martedì, maggio 31, 2011
venerdì, maggio 20, 2011
Che cosa vuole la Puerta del Sol? Ecco le richieste della protesta pacifica che dal 15 maggio sta invadendo la Spagna.
[Dallo scorso 15 maggio in Spagna è in corso una protesta pacifica che ha portato in piazza moltissime persone in mobilitazione permanente, prima a Madrid, presso la Puerta del Sol, e poi in moltissime città spagnole. Qui la traduzione di un articolo di El Paìs che spiega le richieste di queste persone. Mi sembra ce ne sia bisogno, data la quasi assenza del tema sui mezzi di comunicazione italiani, e per l'impatto di quello che sta succedendo - in modo autorganizzato, non politicizzato e del tutto pacifico.
La traduzione è di Matteo Colombo.]
A pochi metri dal Parlamento spagnolo, è nato un altro parlamento. Un'altra democrazia nasce da zero al chilometro zero, e ha trasformato la centralissima piazza della Puerta del Sol di Madrid in una grande agorà. Anziché banchi pieni di deputati, metri quadrati di suolo. Anziché un presidente della Camera, un moderatore che viene da studi classici e che attualmente lavora come interprete.
Un ragazzo prende nota di tutto ciò che si dice e fa un riassunto di ogni tema prima di passare al seguente. Non esiste un ordine del giorno, ma un foglio con 24 punti di discussione, aperti a contributi e proposte che si susseguono semplicemente per alzata di mano, e che vengono approvati agitando la mano come nel linguaggio dei sordomuti.
Esistono commissioni suddivise per aree tematiche (comunicazione, assemblea, infrastrutture, alimentazione...), ma anziché avere sede in uffici si trovano sotto tende, teloni, o anche a cielo aperto. Ci sono perfino i capannelli di discussione, che però non stanno nei corridoi, ma per strada, in ogni angolo. Confronti dialettici accalorati e appassionati nascono come funghi, nella nuova agorà della Puerta del Sol. Basta tendere l'orecchio e chiunque può aggiornarsi sui temi più caldi dell'attualità. I cittadini parlano.
«Consideriamo ingiuste leggi come la Ley de Extranjeria [legge sull'immigrazione che prevede, tra le altre cose, multe fino a 10.000 euro per chi dà rifugio a immigranti clandestini, laddove per “rifugio” si intende “sostentamento economico”, leggi: colf e badanti], il Plan Bolonia [o Bologna Process, un progetto di riforma universitaria europea], la Ley Sinde [legge sul diritto d'autore in rete con importanti ricadute sul controllo dell'espressione online], la legge elettorale, e la legge di uguaglianza di genere», risuona da un megafono che passa di mano in mano nell'assemblea. «Bisogna farla finita con il sostegno dello stato alla Chiesa», sostiene una signora di mezz'età. «Le misure di salvataggio economico devono interessare le famiglie sfrattate, e non le banche», dice un giovane. Una valanga di proposte che si protrae per un'ora e mezza. «Stiamo cercando un consenso su alcune linee guida che ci aiuti a chiarire le questioni che vogliamo promuovere», osserva il moderatore.
Come nel racconto “L'autostrada del Sud” di Julio Cortázar, un evento straordinario ha prodotto una realtà nuova dotata di una dinamica propria. La manifestazione che lo scorso 15 maggio ha riunito migliaia di persone indignate per la situazione sociopolitica ed economica della Spagna, e il successivo accampamento permanente nel centro nevralgico di Madrid, hanno generato un micromondo che va creandosi e contemporaneamente gira, in senso contrario a quello che stava diventando quotidiano.
La prima tappa è stata organizzarsi e garantire i bisogni di base. La seconda, in questo preciso momento, è articolare un discorso che permetta di spiegare alla società un malcontento globale e generalizzato contro le carenze del sistema democratico imperante.
L'obbiettivo è quello di dare fisionomia definita a una protesta che è riuscita nell'impresa di aggregare l'enorme ed eterogenea quantità di persone che stanno prendendo parte a questo movimento spontaneo. Un movimento che, al di là di chi presenzia ogni giorno alla Puerta del Sol, riunisce e concentra un più ampio sentimento collettivo di disincanto ed esasperazione che sta mettendo in ginocchio il paese. Il cosiddetto “Movimento 15-M” si gonfia e si sgonfia, cresce e diminuisce a seconda dell'orario. Ogni giorno ci sono tre assemblee e una concentrazione.
[...]
Il lavoro e le riunioni di ieri si sono quindi concentrati sul creare un germe di questo manifesto di base. Innanzitutto, i temi principali che più stanno a cuore, poi le proposte, e infine le votazioni. Il risultato di questo processo sarà una specie di programma generale che sostituirà il manifesto originale, che si limitava a identificare il movimento, e che cercherà di dare una risposta alla grande domanda degli ultimi quattro giorni: agli indignati le cose come stanno non piacciono. Ma cosa vogliono?
Le assemblee di ieri hanno manifestato il loro appoggio a una serie di proposte che, sommate a quelle che a mano a mano vengono depositate nelle urne di raccolta di ciascuna commissione, costituiranno la base sulla quale, una volta effettuata una votazione, si cercherà di elaborare il manifesto di base di cui sopra. Di seguito, alcune delle rivendicazioni emerse:
- Abolizione delle leggi ingiuste. Cancellare e sostituire norme come la Ley Sinde, il Plan Bolonia, La Ley de Extranjería, la Ley de Partidos o la legge elettorale. Si sostiene inoltre che le leggi-quadro approvate dalle Corti debbano essere precedute da un referendum.
- Terza Repubblica. C'è chi chiede un referendum per scegliere tra monarchia e repubblica, mentre altri preferirebbero far sparire completamente dalla Costituzione qualsiasi cosa abbia a che vedere con la famiglia reale.
- Riforme fiscali. Si chiede di «favorire i redditi più bassi», che «chi possiede di più, paghi di più» e che «l'IVA diventi un'imposta progressiva.» Chiedono inoltre, tra molte altre cose, «l'applicazione della Tobin Tax per colpire la speculazione e il movimento di capitali, e che le relative entrate vengano reinvestite nel sociale.» Analogamente, si propone di «nazionalizzare le banche salvate.»
- Trasporti e mobilità. Favorire il trasporto pubblico e alternativo all'auto, creare una rete di piste ciclabili, sovvenzionare l'abbonamento ai trasporti pubblici per i disoccupati.
- Riforma delle condizioni di lavoro della classe politica. Si chiede la soppressione degli stipendi vitalizi, della "formazione controllata" per i funzionari pubblici (chiedono che si acceda ai livelli più alti di queste professioni tramite concorso), la revisione e il bilancio dell'attività politica alla fine di ogni mandato, liste elettorali pulite e libere da imputati di corruzione politica.
- Democrazia partecipativa e diretta. Auspicano un funzionamento per assemblee a livello cittadino (quartieri, distretti) che si basi su Internet e sulle nuove tecnologie. Chiedono inoltre di aver voce in capitolo sulle questioni relative alla gestione dei budget delle varie amministrazioni. In generale, la decentralizzazione del potere politico.
- Miglioramento e regolarizzazione dei rapporti lavorativi. Nella sostanza, mettere fine alla precarietà salariale e all'«abuso» degli stagisti, fissando un salario minimo di 1200 euro, con uno Stato che si faccia garante del lavoro e dell'uguaglianza salariale.
- Ecologia e ambiente. Chiusura immediata delle centrali nucleari e promozione delle economie sostenibili.
- Recupero delle aziende pubbliche privatizzate. La gestione deve tornare nelle mani della pubblica amministrazione.
- Forze dell'ordine. Riduzione della spesa militare, chiusura delle fabbriche di armi e rifiuto di intervento in qualsiasi guerra.
- Recupero della memoria storica. Condanna del franchismo.
L'articolo è stato pubblicato oggi su El Pais ed è a firma di Patricia Ortega Dolz e Inés Santaeulalia
La traduzione è di Matteo Colombo.]
A pochi metri dal Parlamento spagnolo, è nato un altro parlamento. Un'altra democrazia nasce da zero al chilometro zero, e ha trasformato la centralissima piazza della Puerta del Sol di Madrid in una grande agorà. Anziché banchi pieni di deputati, metri quadrati di suolo. Anziché un presidente della Camera, un moderatore che viene da studi classici e che attualmente lavora come interprete.
Un ragazzo prende nota di tutto ciò che si dice e fa un riassunto di ogni tema prima di passare al seguente. Non esiste un ordine del giorno, ma un foglio con 24 punti di discussione, aperti a contributi e proposte che si susseguono semplicemente per alzata di mano, e che vengono approvati agitando la mano come nel linguaggio dei sordomuti.
Esistono commissioni suddivise per aree tematiche (comunicazione, assemblea, infrastrutture, alimentazione...), ma anziché avere sede in uffici si trovano sotto tende, teloni, o anche a cielo aperto. Ci sono perfino i capannelli di discussione, che però non stanno nei corridoi, ma per strada, in ogni angolo. Confronti dialettici accalorati e appassionati nascono come funghi, nella nuova agorà della Puerta del Sol. Basta tendere l'orecchio e chiunque può aggiornarsi sui temi più caldi dell'attualità. I cittadini parlano.
«Consideriamo ingiuste leggi come la Ley de Extranjeria [legge sull'immigrazione che prevede, tra le altre cose, multe fino a 10.000 euro per chi dà rifugio a immigranti clandestini, laddove per “rifugio” si intende “sostentamento economico”, leggi: colf e badanti], il Plan Bolonia [o Bologna Process, un progetto di riforma universitaria europea], la Ley Sinde [legge sul diritto d'autore in rete con importanti ricadute sul controllo dell'espressione online], la legge elettorale, e la legge di uguaglianza di genere», risuona da un megafono che passa di mano in mano nell'assemblea. «Bisogna farla finita con il sostegno dello stato alla Chiesa», sostiene una signora di mezz'età. «Le misure di salvataggio economico devono interessare le famiglie sfrattate, e non le banche», dice un giovane. Una valanga di proposte che si protrae per un'ora e mezza. «Stiamo cercando un consenso su alcune linee guida che ci aiuti a chiarire le questioni che vogliamo promuovere», osserva il moderatore.
Come nel racconto “L'autostrada del Sud” di Julio Cortázar, un evento straordinario ha prodotto una realtà nuova dotata di una dinamica propria. La manifestazione che lo scorso 15 maggio ha riunito migliaia di persone indignate per la situazione sociopolitica ed economica della Spagna, e il successivo accampamento permanente nel centro nevralgico di Madrid, hanno generato un micromondo che va creandosi e contemporaneamente gira, in senso contrario a quello che stava diventando quotidiano.
La prima tappa è stata organizzarsi e garantire i bisogni di base. La seconda, in questo preciso momento, è articolare un discorso che permetta di spiegare alla società un malcontento globale e generalizzato contro le carenze del sistema democratico imperante.
L'obbiettivo è quello di dare fisionomia definita a una protesta che è riuscita nell'impresa di aggregare l'enorme ed eterogenea quantità di persone che stanno prendendo parte a questo movimento spontaneo. Un movimento che, al di là di chi presenzia ogni giorno alla Puerta del Sol, riunisce e concentra un più ampio sentimento collettivo di disincanto ed esasperazione che sta mettendo in ginocchio il paese. Il cosiddetto “Movimento 15-M” si gonfia e si sgonfia, cresce e diminuisce a seconda dell'orario. Ogni giorno ci sono tre assemblee e una concentrazione.
[...]
Il lavoro e le riunioni di ieri si sono quindi concentrati sul creare un germe di questo manifesto di base. Innanzitutto, i temi principali che più stanno a cuore, poi le proposte, e infine le votazioni. Il risultato di questo processo sarà una specie di programma generale che sostituirà il manifesto originale, che si limitava a identificare il movimento, e che cercherà di dare una risposta alla grande domanda degli ultimi quattro giorni: agli indignati le cose come stanno non piacciono. Ma cosa vogliono?
Le assemblee di ieri hanno manifestato il loro appoggio a una serie di proposte che, sommate a quelle che a mano a mano vengono depositate nelle urne di raccolta di ciascuna commissione, costituiranno la base sulla quale, una volta effettuata una votazione, si cercherà di elaborare il manifesto di base di cui sopra. Di seguito, alcune delle rivendicazioni emerse:
- Abolizione delle leggi ingiuste. Cancellare e sostituire norme come la Ley Sinde, il Plan Bolonia, La Ley de Extranjería, la Ley de Partidos o la legge elettorale. Si sostiene inoltre che le leggi-quadro approvate dalle Corti debbano essere precedute da un referendum.
- Terza Repubblica. C'è chi chiede un referendum per scegliere tra monarchia e repubblica, mentre altri preferirebbero far sparire completamente dalla Costituzione qualsiasi cosa abbia a che vedere con la famiglia reale.
- Riforme fiscali. Si chiede di «favorire i redditi più bassi», che «chi possiede di più, paghi di più» e che «l'IVA diventi un'imposta progressiva.» Chiedono inoltre, tra molte altre cose, «l'applicazione della Tobin Tax per colpire la speculazione e il movimento di capitali, e che le relative entrate vengano reinvestite nel sociale.» Analogamente, si propone di «nazionalizzare le banche salvate.»
- Trasporti e mobilità. Favorire il trasporto pubblico e alternativo all'auto, creare una rete di piste ciclabili, sovvenzionare l'abbonamento ai trasporti pubblici per i disoccupati.
- Riforma delle condizioni di lavoro della classe politica. Si chiede la soppressione degli stipendi vitalizi, della "formazione controllata" per i funzionari pubblici (chiedono che si acceda ai livelli più alti di queste professioni tramite concorso), la revisione e il bilancio dell'attività politica alla fine di ogni mandato, liste elettorali pulite e libere da imputati di corruzione politica.
- Democrazia partecipativa e diretta. Auspicano un funzionamento per assemblee a livello cittadino (quartieri, distretti) che si basi su Internet e sulle nuove tecnologie. Chiedono inoltre di aver voce in capitolo sulle questioni relative alla gestione dei budget delle varie amministrazioni. In generale, la decentralizzazione del potere politico.
- Miglioramento e regolarizzazione dei rapporti lavorativi. Nella sostanza, mettere fine alla precarietà salariale e all'«abuso» degli stagisti, fissando un salario minimo di 1200 euro, con uno Stato che si faccia garante del lavoro e dell'uguaglianza salariale.
- Ecologia e ambiente. Chiusura immediata delle centrali nucleari e promozione delle economie sostenibili.
- Recupero delle aziende pubbliche privatizzate. La gestione deve tornare nelle mani della pubblica amministrazione.
- Forze dell'ordine. Riduzione della spesa militare, chiusura delle fabbriche di armi e rifiuto di intervento in qualsiasi guerra.
- Recupero della memoria storica. Condanna del franchismo.
L'articolo è stato pubblicato oggi su El Pais ed è a firma di Patricia Ortega Dolz e Inés Santaeulalia
giovedì, maggio 19, 2011
Nobody expects the Spanish revolution
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Homepage di El País, giovedì, ore 20.15 |
- Protest in the Med: rallies against cuts and corruption spread
- Por qué tiene éxito el Movimiento 15-M
- Los virales de la #spanishrevolution
![]() |
Twitter, giovedì, ore 19.41 |
Obama e il certificato di nascita - the mug edition
L'organizzazione della campagna Obama 2012 non ha colto l'attimo per sfruttare a proprio favore gli attacchi al presidente sul controverso certificato di nascita.
Ma, a quanto pare hanno deciso di sfruttare il tema col merchandising della campagna.
Un po' in ritardo? Vedremo.
Ma, a quanto pare hanno deciso di sfruttare il tema col merchandising della campagna.
Un po' in ritardo? Vedremo.
La rabbia come forza di impegno positivo [una ricerca "sul pezzo"]
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Puerta del Sol, Madrid (foto di Lucio Colavero) |
Sulle questioni politiche si tornerà, intanto capita al momento giusto una lettura su una ricerca recentemente presentata (ma non ancora pubblicata*) che parla della rabbia del cittadino come forza potenzialmente positiva e motore per un impegno politico maggiore:
“Anger gets people engaged,” said Brader. “There’s a tendency among scholars and others to say that things like negative advertising are bad. But our paper points out that negative emotions like anger can bring people out and get people more involved. So the consequences aren’t all bad.”
And Groenendyk notes: “If anger is on your side, and it’s mobilizing people to get involved, anger can be a great thing.”
Insomma, la rabbia può essere incanalata in modo positivo ma - dato che rafforza sentimenti e convinzione - porta anche il rischio di "chiusura mentale" (populismo?):
A particular danger of anger seems to be closed-mindedness. Research finds that when citizens get angry, they close themselves off to alternative views and redouble their sense of conviction in their existing views. Fear and anxiety, on the other hand, seem to promote openness to alternative viewpoints and a willingness to compromise.
La rabbia porta anche a superare la paura e - sostengono gli studiosi - anche a investire tempo e impegno in azioni più consistenti e "rischiose" (in senso lato):
“Fear alerts you that something is amiss in your environment and draws your attention and says you should consider your action,” said Groenendyk. “Anger tends to move people beyond that and suggests to them to invest resources in participation and pursue riskier strategies that might cost them something.”
[...] “But anger can be an issue if it’s creating motivations to lash out. Does it stop at just spreading leaflets or voting? Or does it extend to punching opponents or throwing a brick. Politicians might be unleashing it for their own purposes, but it’s unleashing a powerful force that’s hard to control.”
Ma fino a che punto questa situazione è positiva e come si concretizza? Come provare a controllarla (per un politico) e organizzarla (per gruppi di cittadini)?
[*Il titolo della ricerca in questione è “Fight or Flight? When Political Threats Arouse Public Anger and Fear” ed è stata realizzata dai professori di scienze politiche Ted Brader, Nicholas Valentino (University of Michigan) e Eric W. Groenendyk (University of Memphis) ]
sabato, maggio 07, 2011
The Filter Bubble - una "bolla" più pericolosa?
Al Personal Democracy Forum 2010 uno dei miei interventi preferiti è stato quello di Eli Pariser, intitolato The Filter Bubble.
Secondo Pariser (fondatore e presidente di MoveOn.org e co-fondatore di Avaaaz), la personalizzazione è ormai parte integrante del nostro consumo di contenuti in Rete e questo - incorporato in modo più o meno (in)visibile negli strumenti che usiamo più spesso, vedi Google e Facebook - ci porti fondamentalmente a non avere la possibilità di essere esposti ad altri punti di vista.
Adesso Pariser ha pubblicato un libro che si chiama, appunto, The Filter Bubble e che ha un sito collegato.
Qui il suo speech a PdF 2010, lo scorso anno.
L'idea, va detto, non è certamente nuova (ne avevo letto una trattazione nel 2005 su Republic.com di Cass susntein), ma Pariser parla oggi e fa esempi molto significativi e concreti, non limitandosi a un'analisi in termini di processo.
Insomma, è un libro che mi propongo di leggere presto, così come voglio recuperare anche il suo talk fatto a TED un paio di mesi fa. Idee, dubbi e considerazioni sono i benvenuti.
Secondo Pariser (fondatore e presidente di MoveOn.org e co-fondatore di Avaaaz), la personalizzazione è ormai parte integrante del nostro consumo di contenuti in Rete e questo - incorporato in modo più o meno (in)visibile negli strumenti che usiamo più spesso, vedi Google e Facebook - ci porti fondamentalmente a non avere la possibilità di essere esposti ad altri punti di vista.
Adesso Pariser ha pubblicato un libro che si chiama, appunto, The Filter Bubble e che ha un sito collegato.
Qui il suo speech a PdF 2010, lo scorso anno.
L'idea, va detto, non è certamente nuova (ne avevo letto una trattazione nel 2005 su Republic.com di Cass susntein), ma Pariser parla oggi e fa esempi molto significativi e concreti, non limitandosi a un'analisi in termini di processo.
Insomma, è un libro che mi propongo di leggere presto, così come voglio recuperare anche il suo talk fatto a TED un paio di mesi fa. Idee, dubbi e considerazioni sono i benvenuti.
domenica, maggio 01, 2011
Friend of Charleston
Ci sono posti che aspetti di vedere da anni e che non ti deludono, posti dove ti senti subito a tuo agio per motivi evidenti e, insieme, meno evidenti.
Questo è stato il caso di Charleston, la casa di campagna che ha ospitato per decenni il Bloomsbury group e che ho visitato la scorsa estate.
Non so se ci tornerò presto, ma di recente mi è tornato in mente e ho pensato che sarebbe stato bello iscriversi ai Friends of Charleston e ho scritto per avere informazioni. Questa settimana, tornando a casa, ho trovato una lettera dall'Inghilterra con tutte le informazioni e le iniziative dell'estate.
Fateci un giro, ecco.
Questo è stato il caso di Charleston, la casa di campagna che ha ospitato per decenni il Bloomsbury group e che ho visitato la scorsa estate.
Non so se ci tornerò presto, ma di recente mi è tornato in mente e ho pensato che sarebbe stato bello iscriversi ai Friends of Charleston e ho scritto per avere informazioni. Questa settimana, tornando a casa, ho trovato una lettera dall'Inghilterra con tutte le informazioni e le iniziative dell'estate.
Fateci un giro, ecco.
sabato, aprile 30, 2011
Lo strano caso del certificato di nascita: Obama, i birthers e un errore strategico
In questi giorni negli Stati Uniti uno dei principali temi politici è stato il certificato di nascita del presidente Obama: un'occasione di riflessione sotto vari punti di vista.
Lo strano caso del certificato di nascita
La possibilità che il presidente non sia nato negli Stati Uniti (requisito di base per la sua elezione) è stato un argomento già usato dai repubblicani in campagna elettorale, facendo leva sul suo secondo nome (Hussein) e su vari altri elementi per instillare il dubbio - e peggiori sospetti - nella popolazione.
Adesso, con l'inizio della nuova campagna elettorale, il tema viene riportato alla ribalta, tra l'altro con Donald Trump portavoce d'eccezione - si candiderà?).
Tra le battute dei commentatori democratici e la satira (per tutti: Why Won't Hawaii Produce Documents Proving It's a State?), lo scorso 25 aprile la Casa Bianca ha reso pubblico il certificato - e anche qui l'Huffington Post non ha perso l'occasione di una presa in giro ai birthers, coloro che sostengono questa battaglia.
An "unforced error"
Qui entra in gioco la strategia di risposta. O meglio, dovrebbe.
L'argomento e l'insistenza della richiesta, oltre all'uso strumentale che ne viene fatto, sono argomenti da girare potenzialmente al proprio elettorato, più ancora che per chiarire la propria posizione, per dare possibilità di avere tutti gli strumenti per controbattere a una "bufala" di facile diffusione.
Ma nella periodica email inviata alla base di 13 milioni di elettori dallo staff della campagna non c'è traccia della questione "birth certificate". Come mai?
Micah Sifry ne parla su TechPresident riportando l'opinione di un osservatore di spessore, il giornalista Ari Melber:
Micah aggiunge la sua visione più generale su quello che Obama For America è stato in campagna elettorale e non è più riuscito ad essere dopo la vittoria:
The Obama disconnect: un doppio fallo
Il tema è stato dibattuto in questi anni - molto poco in Italia, dove la campagna elettorale di Obama ha ancora l'aura mitica della vittoria dell'outsider e del ruolo della Rete in questa vittoria.
Ma il disincanto non sfugge agli osservatori più attenti e se ne è parlato di recente al panel sull'informazione politica svoltosi al Festival del Giornalismo a Perugia.
Micah aveva affrontato l'argomento in questi termini e proprio per questo mi è sembrata una buona idea chiedere agli altri speaker una loro opinione.
Stefano Epifani risponde con un bel post in cui dice la sua mantenendo la metafora sportiva. E rincarando la dose:
Lo strano caso del certificato di nascita
La possibilità che il presidente non sia nato negli Stati Uniti (requisito di base per la sua elezione) è stato un argomento già usato dai repubblicani in campagna elettorale, facendo leva sul suo secondo nome (Hussein) e su vari altri elementi per instillare il dubbio - e peggiori sospetti - nella popolazione.
Adesso, con l'inizio della nuova campagna elettorale, il tema viene riportato alla ribalta, tra l'altro con Donald Trump portavoce d'eccezione - si candiderà?).
Tra le battute dei commentatori democratici e la satira (per tutti: Why Won't Hawaii Produce Documents Proving It's a State?), lo scorso 25 aprile la Casa Bianca ha reso pubblico il certificato - e anche qui l'Huffington Post non ha perso l'occasione di una presa in giro ai birthers, coloro che sostengono questa battaglia.
An "unforced error"
Qui entra in gioco la strategia di risposta. O meglio, dovrebbe.
L'argomento e l'insistenza della richiesta, oltre all'uso strumentale che ne viene fatto, sono argomenti da girare potenzialmente al proprio elettorato, più ancora che per chiarire la propria posizione, per dare possibilità di avere tutti gli strumenti per controbattere a una "bufala" di facile diffusione.
Ma nella periodica email inviata alla base di 13 milioni di elettori dallo staff della campagna non c'è traccia della questione "birth certificate". Come mai?
Micah Sifry ne parla su TechPresident riportando l'opinione di un osservatore di spessore, il giornalista Ari Melber:
From a purely strategic political perspective, the mainlining of the birther attack is a major mobilizing opportunity, and it's the kind of thing they were adept at during the campaign, but have been reticent to do in the OFA/governing period. ...Also, the core activists opening these emails are news consumers, this was the big political story, so choosing to send a message like this on such a big day - a day that was even intense and emotional for many supporters and African Americans - without any reference to it makes it feel like the campaign messages are coming from a different planet, rather than providing special information and a direct line to Obamaland.
Micah aggiunge la sua visione più generale su quello che Obama For America è stato in campagna elettorale e non è più riuscito ad essere dopo la vittoria:
For years now, it's been obvious that OFA's approach to its base has been radically different from the days of the Obama campaign. Then, the campaign stoked supporters passions. Now, they try to temper them. Instead of firing people up in ways that might be uncontrollable, OFA sought to keep its base engaged with innocuous activities that shook few windows and rattled few walls. (I've heard, internally, that this was referred to as the "hamster wheel" approach.) The result is what I've called "The Obama Disconnect."
The Obama disconnect: un doppio fallo
Il tema è stato dibattuto in questi anni - molto poco in Italia, dove la campagna elettorale di Obama ha ancora l'aura mitica della vittoria dell'outsider e del ruolo della Rete in questa vittoria.
Ma il disincanto non sfugge agli osservatori più attenti e se ne è parlato di recente al panel sull'informazione politica svoltosi al Festival del Giornalismo a Perugia.
Micah aveva affrontato l'argomento in questi termini e proprio per questo mi è sembrata una buona idea chiedere agli altri speaker una loro opinione.
Stefano Epifani risponde con un bel post in cui dice la sua mantenendo la metafora sportiva. E rincarando la dose:
più che un unforced error quello di Obama mi sembra – sempre per rimanere nella metafora sportiva – un doppio fallo.
- un errore è quello tattico, ossia non aver citato nella mail il tema del fatidico certificato di nascita cercando di volgerlo a proprio favore;
- l’altro errore è quello strategico. Ed è più grave. Non farlo ha voluto dire non dare ascolto a tutti quegli elettori con i quali Obama si vanta di aver aperto un dialogo (ma l’ha aperto davvero?) dando loro voce ed ascolto. Dov’è finito quell’ascolto ora, che una parte importante della Rete (e che sia importante lo si vede anche, ad esempio, dal numero di visitatori di alcuni video su YouTube) pone una domanda in maniera così pressante? Se si vuol avviare un dialogo non si possono ignorare le domande dei nostri interlocutori.
E’ vero, in rete si dice “don’t feed the Troll“, ma in questo caso i troll non sono tali ma sono elettori e sono molti, e sono parte importante di quel popolo che dovrebbe rinnovargli la fiducia. Ignorarli non mi sembra un buon modo di costruire il dialogo.
mercoledì, aprile 27, 2011
Personal Democracy Forum 2011 - Google Fellowship
Are you an entrepreneur or activist with ideas about the next big thing to change government? A non-profit professional trying new technologies with great results? A former campaign staffer still blazing new trails in online politics?
Allora perché non venire al Personal Democracy Forum il prossimo giugno a New York?
E perché non farlo con le Google Fellowship che Google - appunto - mette a disposizione come sponsor della conferenza?
Ci si può candidare fino a venerdì 29 aprile, non perdete l'occasione.
E ci vediamo lì.
venerdì, aprile 15, 2011
Festival del Giornalismo a Perugia
Questo weekend sono a Perugia al Festival del Giornalismo, un appuntamento ricco di eventi interessanti e persone che dovreste conoscere.
L'anno scorso sono riuscita a venire per una sola giornata, ma sono rimasta particolarmente colpita dall'atmosfera e dal fermento.
Quest'anno seguirò in particolare alcuni appuntamenti di domani.
La mattinata sarà dedicata a Wikileaks in una mattinata di approfondimento organizzata dal Personal Democracy Forum (per cui lavoro) e coordinata da Micah Sifry.
Alle 17.30, invece, seguirò il panel L'informazione politica al tempo dei social media:
Se ci siete, beh, battete un colpo!
L'anno scorso sono riuscita a venire per una sola giornata, ma sono rimasta particolarmente colpita dall'atmosfera e dal fermento.
Quest'anno seguirò in particolare alcuni appuntamenti di domani.
La mattinata sarà dedicata a Wikileaks in una mattinata di approfondimento organizzata dal Personal Democracy Forum (per cui lavoro) e coordinata da Micah Sifry.
Alle 17.30, invece, seguirò il panel L'informazione politica al tempo dei social media:
Internet e i potenti strumenti di comunicazione che essa porta in dote stanno cambiando l’informazione politica. La trasformano favorendo l’emersione di nuove fonti e di nuovi attori, determinando la frammentazione dei messaggi, costringendo politici, attivisti ed elettori stessi a venire allo scoperto per confrontarsi alla luce del sole.Siti web, blog e social network site costituiscono insieme quel real-time web che, grazie a potenti e semplici meccanismi di sharing, abilita e stimola la condivisione e quindi la circolazione delle informazioni, mettendo in crisi metodi consolidati per la creazione e gestione del consenso e disintermediando la possente macchina della comunicazione tradizionale.Come cambia l’informazione politica nell’era dei media sociali? Quali sono le sfide che la politica deve affrontare per restare al passo della rivoluzione in corso? Quale ruolo e quale futuro per i media tradizionali? E ancora, in Italia a che punto siamo?A queste e ad altre domande proviamo a dare una risposta con l’aiuto di:
Dino Amenduni responsabile new media Proforma
Stefano Epifani Università La Sapienza di Roma
Sam Graham-Felsen blog director Barack Obama 2008
Alessio Jacona Nòva 24, Il Sole 24 Ore
Micah L. Sifry direttore Personal Democracy Forum
Antonio Sofi giornalista e consulente politico
Se ci siete, beh, battete un colpo!
martedì, aprile 12, 2011
Elezioni 2012: enter Mitt Romney
E anche Mitt Romney si butta nella mischia:
Il video è diversissimo da quello di Pawlenty: estremamente semplice, con il candidato (sì, ok, exploratory committee) che guarda in camera e parla di lavoro, di opportunità, di economia.
Il confronto è tra la carriera di imprenditore di Romney, ex governatore del Massachusetts, e l'attuale amministrazione e la retorica del "non hanno mai fatto un vero lavoro che producesse sviluppo".
Qui qualche altra nota da Nancy Scola.
Il video è diversissimo da quello di Pawlenty: estremamente semplice, con il candidato (sì, ok, exploratory committee) che guarda in camera e parla di lavoro, di opportunità, di economia.
Il confronto è tra la carriera di imprenditore di Romney, ex governatore del Massachusetts, e l'attuale amministrazione e la retorica del "non hanno mai fatto un vero lavoro che producesse sviluppo".
Qui qualche altra nota da Nancy Scola.
domenica, aprile 10, 2011
[Letture] La donna che si immerse nel cuore del mondo
Ma chi glielo assicura, agli esseri umani, che pensare sia l'attività più importante dell'universo? Chi gli assicura che sia proprio il pensiero l'attività che distingue le cose tra superiori e inferiori?
Ah, il pensiero.
Io, invece, non ho mai dimenticato che prima sono esistita e solo dopo, molto faticosamente, ho imparato a pensare.
E ogni giorno che passa, per me la realtà è quella. Che prima esisto e poi, solo a volte, con lentezza e difficoltà, e soltanto se strettamente necessario, penso.
Insomma, questa è la mia distanza dagli esseri umani.
Ah, il pensiero.
Io, invece, non ho mai dimenticato che prima sono esistita e solo dopo, molto faticosamente, ho imparato a pensare.
E ogni giorno che passa, per me la realtà è quella. Che prima esisto e poi, solo a volte, con lentezza e difficoltà, e soltanto se strettamente necessario, penso.
Insomma, questa è la mia distanza dagli esseri umani.
(S. Berman, La donna che si immerse nel cuore del mondo)
[grazie a Matteo]
lunedì, marzo 28, 2011
Campagna 2012: si ricomincia da Pawlenty
L'ex governatore del Minnesota, Tim Pawlenty, lancia il primo spot della campagna 2012:
Un video da manuale dello spot ammeregano (e repubblicano): i lavoratori, i bambini, città, molta campagna, il futuro migliore, il cielo, Reagan e persino Lincoln.
Nota 1: certo, tutto 'sto video e poi annuncia l'exploratory committee, ma pazienza, funziona così
Nota 2: grafica e organizzazione del sito sono "ispirate" da quanto fatto da Obama. Sono curiosa di vedere se c'è qualche cambiamento evidente sin da ora nel modo di fare campagna e di comunicarla
Update: chez TechPresident Nancy definisce lo spot "über-dramatic" e rilancia l'intervista a Lucas Baiano che ha ideato il video (e ha - udite, udite - 23 anni). Tra le frasi clou: "I try to find the EQ, the Emotional Quotient, within the person's story."
Ne sentiremo parlare, di questo benedetto EQ.
Un video da manuale dello spot ammeregano (e repubblicano): i lavoratori, i bambini, città, molta campagna, il futuro migliore, il cielo, Reagan e persino Lincoln.
Nota 1: certo, tutto 'sto video e poi annuncia l'exploratory committee, ma pazienza, funziona così
Nota 2: grafica e organizzazione del sito sono "ispirate" da quanto fatto da Obama. Sono curiosa di vedere se c'è qualche cambiamento evidente sin da ora nel modo di fare campagna e di comunicarla
Update: chez TechPresident Nancy definisce lo spot "über-dramatic" e rilancia l'intervista a Lucas Baiano che ha ideato il video (e ha - udite, udite - 23 anni). Tra le frasi clou: "I try to find the EQ, the Emotional Quotient, within the person's story."
Ne sentiremo parlare, di questo benedetto EQ.
domenica, marzo 27, 2011
Hans Rosling: usare i dati per cambiare mentalità
La scorsa settimana Google ha lanciato Think Quarterly, un magazine che si concentra su un tema analizzandolo nei suoi vari aspetti e sviluppi in ambito aziendale (ma non solo).
Il primo numero parla, neanche a dirlo, di dati e ha molti interventi interessanti, da Nigel Shadbolt (creatore di data.gov.uk con Tim Berners-Lee) ad Hans Rosling, famoso per i suoi studi statistici e per le sue spettacolari presentazioni "dinamiche".
In particolare è interessante vedere come uno statistico come Rosling veda come fondamentale la necessità di creare una nuova mentalità e un nuovo modo di vedere una serie di processi. A partire dal freddo dato? Ebbene sì.
Qui un video di Rosling a TED.
Il primo numero parla, neanche a dirlo, di dati e ha molti interventi interessanti, da Nigel Shadbolt (creatore di data.gov.uk con Tim Berners-Lee) ad Hans Rosling, famoso per i suoi studi statistici e per le sue spettacolari presentazioni "dinamiche".
In particolare è interessante vedere come uno statistico come Rosling veda come fondamentale la necessità di creare una nuova mentalità e un nuovo modo di vedere una serie di processi. A partire dal freddo dato? Ebbene sì.
We found that the most important thing when presenting our data [on graphs such as the Health and Wealth of Nations, which tracks 200 years of global life expectancy versus income per person in a four-and-a-half-minute video] was not to put time on the X-axis. We made time move, and when you see the movement, the data becomes like a football match – you can see who is catching up or, for instance, that a country like Bangladesh is reducing its child mortality rate faster than Sweden ever did.
Bangladesh is still at a low level economically, but at the same time there is a huge internal market with cheap distribution and only one language. So if you are a company with ambition, you have to be in Bangladesh. It’s one of the 10 biggest countries in the world, but people’s mindset leads them to believe that Bangladesh is a hopeless place in need of aid. What is so strong with animation is that it provides that mindset shift in market segmentation. We can see where there are highly developed countries with a good economy and a healthy and well-educated staff.L'intervista è qui.
Qui un video di Rosling a TED.
martedì, marzo 15, 2011
L'umanesimo ai tempi del Giappone
Ecco, qui sono tutti distrutti, rosicchiati dall’angoscia, ma se ognuno si concedesse di comportarsi come se fosse l’unico in difficoltà, sarebbe considerato, e si considererebbe lui stesso un egoista immaturo. Sarebbe un comportamento che si rimprovera anche ai bambini, qui.
In ogni azione che si compie, è doveroso pensare in che modo questa influenzerà gli altri, in giapponese si dice 気を遣う, che significa comunicare l’anima, è un filtro necessario nella vita quotidiana. Capire lo stato d’animo dell’altro è il primo passo da intraprendere quando si instaura una comunicazione. E’ una regola semplicemente razionale, decisa da gente che tiene in grande considerazione le emozioni e i sentimenti: tutti sanno che comunicare paura e disperazione ha un effetto negativo sugli altri. Alcuni italiani forse penseranno che questo comportamento sia freddo, insensibile, da automi, ma secondo me questa è una visione superficiale e preconfezionata. La realtà è che i giapponesi sono troppo delicati, troppo facilmente preda di passioni per poterle lasciare fluire incontrollate, o essere esposti a quelle riversate in modo insensibile dagli altri.
lunedì, febbraio 28, 2011
domenica, gennaio 30, 2011
Open Leaks è online
Open Leaks, il sito fondato da Daniel Domscheit-Berg (ex Wikileaks) è finalmente online.
Qui un video che ne spiega il funzionamento:
OpenLeaks 101 from openleaks on Vimeo.
Qualche settimana fa, su TechPresident, Micah Sifry aveva scritto un pezzo lungo e dettagliato (con brani di intervista a Domscheit-Berg) sull'approccio di Open Leaks rispetto a Wikileaks, considerando le richieste di fondi delle due organizzazioni alla Knight Foundation:
Qui un video che ne spiega il funzionamento:
OpenLeaks 101 from openleaks on Vimeo.
Qualche settimana fa, su TechPresident, Micah Sifry aveva scritto un pezzo lungo e dettagliato (con brani di intervista a Domscheit-Berg) sull'approccio di Open Leaks rispetto a Wikileaks, considerando le richieste di fondi delle due organizzazioni alla Knight Foundation:
In essence, where the Wikileaks Knight proposal would have been giving news sites a widget that would redirect leakers to the Wikileaks central hub, in keeping with Domscheit-Berg and his collaborators' vision of a more distributed, decentralized system, OpenLeaks is planning to give potential partners their own self-contained and integrated platform for managing leaks. Says Domscheit-Berg, "The submission system described on the Knight proposal would have used a button like feature that news orgs would have placed on their website that would have redirected them to the WL page." And what that would have meant is Wikileaks' editor or editors making the decisions on what was important, acting as a bottle-neck on the flow of informationNelle parole di Berg, l'approccio di Open Leaks ha diversi vantaggi [il grassetto è mio]:
Firstly the system will scale better with each new participant. Secondly, the source is the one that will have a say in who should exclusively be granted first access to material, while also ensuring that material will be distributed to others in the system after a period of exclusive access. Thirdly, we will make use of existing resources, experience, manpower etc [to] deal with submissions to more efficiently. Fourthly, we will be able to deliver information more directly to where it matters and will be used, while remaining a neutral service ourselves. And last but not least, this approach will create a large union of shared interests in the defense of the rights to run an anonymous post-drop in the digital world.Vedremo.
martedì, gennaio 25, 2011
Uno State of the Union "come non l'avevate mai visto"
Good afternoon,
I just started at the White House as a Senior Advisor to President Obama, and over the past few days we've all been increasingly focused on Tuesday’s State of the Union Address (9 p.m. EST). The President will talk about what America needs to do to create jobs today, make America more competitive tomorrow, and win the future for our children and our country.
And to make sure that you are part of the discussion about America's future, we've been working on a number of ways to use our online program to give you and Americans across the country a chance to participate in this important event and ask your own questions. That starts immediately after the speech ends, when White House policy experts will be available at WhiteHouse.gov to discuss the issues the President raised in the speech and to take your questions and feedback.
David Plouffe, campaign manager della campagna Obama, torna a lavorare col presidente ed è lui ad annunciare lo State of the Union di stasera (9pm EST, le nostre tre di notte - se ne riparla domani).
Qui un paio di articoli su come il cosiddetto SOTU sarà interattivo:
The Obama White House's Full-Internet SOTU Press:
On Tuesday itself, several advisors, aides, and assistants will be Open for Questions. On Wednesday, Press Secretary Robert Gibbs will, naturally be on Twitter.
At some point during the week, Vice President Joe Biden will be on Yahoo!
And continuing a practice we've seen the Obama administration engage in in the past, on Thursday, the 27th, several big-name administration officials will be mixing it up with online communities relevant to the policy areas in which they work.
The State of the Union is...Annotated.
The folks over on the White House new media team have just announced that, during tomorrow's State of the Union address delivered to a joint session on Congress, up and running on WhiteHouse.gov will be a simultaneous helping of visual aids intended to help shore up the presidential lesson being delivered live and in person on the floor of the U.S. House of Representatives.
(qui ti giri, ti volti ed è subito campagna per il 2012, eh)
venerdì, gennaio 21, 2011
Per un dibattito un po' meno vago: fact checking
Una bella proposta di 'fact checking':
Domenica 9 gennaio ho seguito l’intervento del presidente della Regione Puglia Nichi Vendola alla trasmissione Che Tempo Che Fa. La sua intervista a Fabio Fazio (ma poteva capitare con chiunque) mi ha fatto venire in mente che quella trasmissione – proprio perché a cavallo tra informazione e intrattenimento – potrebbe prestarsi bene a un esperimento di fact checking: i politici o comunque gli uomini pubblici hanno, come è ovvio che sia, l’opportunità di spiegare ampiamente le loro posizioni, garbatamente stimolati da un ospite che – giustamente – non pensa che ogni intervista debba essere un dibattito o un braccio di ferro; al tempo stesso una piccola redazione (magari di esterni?) potrebbe sottoporre quanto dicono a un controllo specifico, i cui risultati poi potrebbero essere pubblicizati nel sito del programma – almeno – o, magari, nella trasmissione successiva.
domenica, gennaio 09, 2011
Rete, rivoluzioni e politica: Morozov, il dis-integrato
Il nuovo libro di Evgeny Morozov recensito dall'Economist:
L'altro lato della Rete come strumento di rivoluzione politica: come può essere usata per anestetizzare il contrasto, quanto il suo impatto sia stato analizzato superficialmente, le modalità in cui i governi ne hanno gestito l'impatto in modo addirittura controproducente:
E allora? Morozov si presenta deluso da quanto fatto fino ad ora, più che pessimista. Propone un approccio "cyber-realista" che sostituisca quello cyber-utopico. A quanto pare, però, non approfondisce questo aspetto:
[penso non mi convincerà del tutto, ma mi pare interessante]
The idea that the internet was fomenting revolution and promoting democracy in Iran was just the latest example of the widely held belief that communications technology, and the internet in particular, is inherently pro-democratic. In this gleefully iconoclastic book, Evgeny Morozov takes a stand against this “cyber-utopian” view, arguing that the internet can be just as effective at sustaining authoritarian regimes. By assuming that the internet is always pro-democratic, he says, Western policymakers are operating with a “voluntary intellectual handicap” that makes it harder rather than easier to promote democracy.
L'altro lato della Rete come strumento di rivoluzione politica: come può essere usata per anestetizzare il contrasto, quanto il suo impatto sia stato analizzato superficialmente, le modalità in cui i governi ne hanno gestito l'impatto in modo addirittura controproducente:
The root of the problem, Mr Morozov argues, is that Western policymakers see an all-too-neat parallel with the role that radio propaganda and photocopiers may have played in undermining the Soviet Union. A native of Belarus, Mr Morozov (who has occasionally written for The Economist) says this oversimplification of history has led to the erroneous conclusion that promoting internet access and “internet freedom” will have a similar effect on authoritarian regimes today.
E allora? Morozov si presenta deluso da quanto fatto fino ad ora, più che pessimista. Propone un approccio "cyber-realista" che sostituisca quello cyber-utopico. A quanto pare, però, non approfondisce questo aspetto:
But he presents little in the way of specific prescriptions, other than to stress the importance of considering the social and political context in which technology is deployed, rather than focusing on the characteristics of the technology itself, as internet gurus tend to. Every authoritarian regime is different, he argues, so it is implausible that the same approach will work in each case; detailed local knowledge is vital. Yet having done such a good job of knocking down his opponents’ arguments, it is a pity he does not have more concrete proposals to offer in their place.
[penso non mi convincerà del tutto, ma mi pare interessante]
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