Domani parto per Oslo e venerdì seguirò la conferenza Nordic Techpolitics (qui il programma).
Su TechPresident ho scritto una piccola presentazione di alcuni dei molti temi della conferenza. Ne scriverò ancora mentre sarò lì, cercando di fare un po' di cronaca su TechPresident, appunto, e - via Twitter - su PdF Europe.
mercoledì, agosto 31, 2011
lunedì, agosto 29, 2011
Nordic Techpolitics - Oslo, 2 settembre
Venerdì prossimo sarò a Oslo per seguire una conferenza chiamata Nordic Techpolitics: si parlerà di come la tecnologia stia avendo un impatto su politica e società nei paesi nordici.
Sarà interessante cercare di capire come si muovono le cose in contesti così diversi e se, come si chiedono gli organizzatori, esiste un "modello nordico" anche per questo genere di processi.
Di particolare interesse per me sarà la tavola rotonda tra i responsabili della comunicazione dei partiti norvegesi, anche considerando che la Norvegia è prossima alle elezioni, fissate per il 12 settembre (in Danimarca si svolgeranno il 14).
N.B. Speaker e programma sono a disposizione sul sito, così come tutte le informazioni del caso. L'evento è co-organizzato dal Personal Democracy Forum, con cui collaboro.
Sarà interessante cercare di capire come si muovono le cose in contesti così diversi e se, come si chiedono gli organizzatori, esiste un "modello nordico" anche per questo genere di processi.
Di particolare interesse per me sarà la tavola rotonda tra i responsabili della comunicazione dei partiti norvegesi, anche considerando che la Norvegia è prossima alle elezioni, fissate per il 12 settembre (in Danimarca si svolgeranno il 14).
N.B. Speaker e programma sono a disposizione sul sito, così come tutte le informazioni del caso. L'evento è co-organizzato dal Personal Democracy Forum, con cui collaboro.
domenica, agosto 28, 2011
Alternative
"Social production is not a panacea; it is just an alternative"
Clay Shirky, The Cognitive Surplus
sabato, agosto 27, 2011
giovedì, luglio 28, 2011
Data journalism: come si fa al Guardian
Simon Rogers, che gestisce Datablog e altri progetti del Guardian, spiega come il data journalism stia diventando lo standard per il giornalismo e perché:
E al Guardian, probabilmente, il data journalism è fatto meglio che in qualunque altro posto.
If data journalism is about anything, it's the flexibility to search for new ways of storytelling. And more and more reporters are realising that. Suddenly, we have company - and competition. So being a data journalist is no longer unusual.I dati sono parte integrante delle storie, non è necessario essere programmatori (anche se aiuta - alla Columbia i corsi di giornalismo in partenza a settembre esploreranno anche quell'aspetto), ma giornalisti.
E al Guardian, probabilmente, il data journalism è fatto meglio che in qualunque altro posto.
sabato, luglio 16, 2011
Quando il sindacato va in Rete
Cosa succede quando anche il sindacato si avvicina alla Rete?
Su TechPresident Nick Judd spiega come si sta muovendo in Rete il Service Employees International Union (SEIU), influente sindacato americano, e cosa può significare in termini di strategia:
Qui tutto l'articolo.
Su TechPresident Nick Judd spiega come si sta muovendo in Rete il Service Employees International Union (SEIU), influente sindacato americano, e cosa può significare in termini di strategia:
It's worth noting for three reasons. First, SEIU locals are very politically active, so flag this as a decision to evaluate after this year's state and local elections and the 2012 presidential election. Secondly, if you're looking for an organization to track to see how a massive, membership-driven institution is changing what it does to leverage the power of the Internet, the SEIU's moves are probably ones to watch.
And, finally, while it's unclear if this had any affect on the decision, SEIU's staffing move comes after months of running battles over right-to-work legislation, budget cuts, or bills that curtail public-sector unions' collective bargaining abilities. During those battles, many unions, not just SEIU, turned to the Internet — and many locals have emerged with members battle-tested in online organizing as a result.
Qui tutto l'articolo.
lunedì, luglio 11, 2011
Islanda: la costituzione in crowdsourcing (e un Meetup a Roma)
Cosa succede quando si rompe del tutto il rapporto fiduciario tra un popolo e chi lo governa?
Come pensare di ricostruirlo? Come riscrivere le regole?
Sono domande all'ordine del giorno, dato quello che sta succedendo in molte nazioni europee.
Dopo il collasso economico, la piccola Islanda sta sperimentando forme di apertura e collaborazione impensabili: la sfida di questo ultimo anno si chiama Costituzione. Il documento fondante della nazione viene riscritto in questi mesi coinvolgendo la popolazione in tutte le fasi del processo.
Ne parlo oggi su Apogeonline.
P.S. Ovviamente viene spontaneo chiedersi: e in Italia? Se vi va, domani ne parliamo al PdF Meetup di Roma, alle 19. L'incontro fa parte di una giornata internazionale di Meetup che noi del Personal Democracy Forum abbiamo deciso di organizzare per parlare di tecnologia e politica e di quello che sta succedendo. Trovate qui tutte le informazioni e l'elenco delle città coinvolte.
Come pensare di ricostruirlo? Come riscrivere le regole?
Sono domande all'ordine del giorno, dato quello che sta succedendo in molte nazioni europee.
Dopo il collasso economico, la piccola Islanda sta sperimentando forme di apertura e collaborazione impensabili: la sfida di questo ultimo anno si chiama Costituzione. Il documento fondante della nazione viene riscritto in questi mesi coinvolgendo la popolazione in tutte le fasi del processo.
Ne parlo oggi su Apogeonline.
P.S. Ovviamente viene spontaneo chiedersi: e in Italia? Se vi va, domani ne parliamo al PdF Meetup di Roma, alle 19. L'incontro fa parte di una giornata internazionale di Meetup che noi del Personal Democracy Forum abbiamo deciso di organizzare per parlare di tecnologia e politica e di quello che sta succedendo. Trovate qui tutte le informazioni e l'elenco delle città coinvolte.
mercoledì, giugno 29, 2011
New York: una vittoria politica più improbabile di quanto sembri
Dovevo segnalare questo pezzo già da qualche giorno, mi è tornato in mente oggi dopo un lungo discorso sui risultati politici e sociali, le cause, i fattori, la politica e la partecipazione.
In un periodo in cui c'è un malinteso senso di governo dei processi da parte della gente, dei movimenti, dei partiti che "devono ascoltare" (e devono ascoltare) e "non devono parlare" (e no, invece, devono), il New York Times spiega l'improbabile combinazione di forze che ha portato all'approvazione dei matrimoni per le coppie omosessuali nello stato di New York, venerdì scorso.
Il voto, va ricordato, è avvenuto in un senato a maggioranza repubblicana: sono quindi stati decisivi i voti di alcuni senatori repubblicani. Le forze in campo?
Scontato che funzioni così? Forse sì, forse dovremmo ricordarcene più spesso quando cediamo (o sentiamo cedere) alla tentazione di lodare i nuovi "superpoteri della gggente", senza relativizzare e porre queste nuove forme di partecipazione e azione in un quadro più ampio ed articolato. Più complicato di quanto vorremmo, magari.
In un periodo in cui c'è un malinteso senso di governo dei processi da parte della gente, dei movimenti, dei partiti che "devono ascoltare" (e devono ascoltare) e "non devono parlare" (e no, invece, devono), il New York Times spiega l'improbabile combinazione di forze che ha portato all'approvazione dei matrimoni per le coppie omosessuali nello stato di New York, venerdì scorso.
Il voto, va ricordato, è avvenuto in un senato a maggioranza repubblicana: sono quindi stati decisivi i voti di alcuni senatori repubblicani. Le forze in campo?
The story of how same-sex marriage became legal in New York is about shifting public sentiment and individual lawmakers moved by emotional appeals from gay couples who wish to be wed.Un articolo dettagliato che mostra come certi processi siano complicati e mettano in campo politica, partecipazione, individualità e interessi economici ed elettorali, con tutte le luci e ombre di un contesto del genere.
But, behind the scenes, it was really about a Republican Party reckoning with a profoundly changing power dynamic, where Wall Street donors and gay-rights advocates demonstrated more might and muscle than a Roman Catholic hierarchy and an ineffective opposition.
And it was about a Democratic governor, himself a Catholic, who used the force of his personality and relentlessly strategic mind to persuade conflicted lawmakers to take a historic leap.
Scontato che funzioni così? Forse sì, forse dovremmo ricordarcene più spesso quando cediamo (o sentiamo cedere) alla tentazione di lodare i nuovi "superpoteri della gggente", senza relativizzare e porre queste nuove forme di partecipazione e azione in un quadro più ampio ed articolato. Più complicato di quanto vorremmo, magari.
Fare politica senza parlare di politica: gli open data e il futuro
Il modo in cui decidiamo sul nostro futuro comune mi sembra qualche volta completamente fuori centro: si parla delle personalità dei leaders invece che delle loro politiche. Le stesse politiche diventano sembrano assumere connotati molto diversi a seconda di chi le propone: i “nostri” tagli di bilancio sono un assennata misura di controllo degli sprechi, mentre quelli degli avversari sono stangate indiscriminate su servizi essenziali. Il tutto è decisamente troppo emotivo; troppo perché votare “di pancia” rischia di avere conseguenze gravi (chi fosse interessato può leggersi “Il mito dell’elettore razionale” di Bryan Caplan).In un momento storico in cui si fa fatica a parlare concretamente di temi e azioni, tutta la mia ammirazione va a chi riesce a fare politica parlando di politiche e lavorando concretamente per obiettivi.
Con Alberto Cottica ho lavorato in passato e ho di lui grande stima: non mi stupisce quindi ascoltare un discorso del genere su politiche pubbliche e dati, ma mi sembra sia il caso di riproporlo qui.
Il valore degli open data, di un'analisi fondata, della loro interpretazione e della costruzione di relazioni con il contesto e le politiche. Prendete venti minuti di tempo e guardate il video.
venerdì, giugno 24, 2011
A chi conviene l'anonimato in Rete? Il caso Amina e altre storie
The fake Amina's blog was especially well done, with details that sounded authentic even to native Syrians. Its unmasked author said he was telling larger truths, but we have a name for this technique: fiction.Sul Guardian Dan Gillmor parla del caso Amina, di credibilità e anonimato in Rete. Che non ci conviene eliminare.
We also have a name for the technique of identity in this case: pseudonym. This is a much-used method online – not revealing one's own name but having a consistent identifier. It's one step away from outright anonymity, where there is no accountability whatever. As I wrote last week, the lack of accountability in such cases puts more responsibility on the audience. It is up to us to cultivate an abiding distrust for speech when the speaker refuses to stand behind his or her own words – that is, by using one's own name.
lunedì, giugno 06, 2011
Personal Democracy Forum 2011: si comincia
Personal Democracy Forum 2011 inizia adesso.
Hashtag: #pdf11
Qui la diretta:
Hashtag: #pdf11
Qui la diretta:
Watch live streaming video from pdf2011 at livestream.com
mercoledì, giugno 01, 2011
martedì, maggio 31, 2011
venerdì, maggio 20, 2011
Che cosa vuole la Puerta del Sol? Ecco le richieste della protesta pacifica che dal 15 maggio sta invadendo la Spagna.
[Dallo scorso 15 maggio in Spagna è in corso una protesta pacifica che ha portato in piazza moltissime persone in mobilitazione permanente, prima a Madrid, presso la Puerta del Sol, e poi in moltissime città spagnole. Qui la traduzione di un articolo di El Paìs che spiega le richieste di queste persone. Mi sembra ce ne sia bisogno, data la quasi assenza del tema sui mezzi di comunicazione italiani, e per l'impatto di quello che sta succedendo - in modo autorganizzato, non politicizzato e del tutto pacifico.
La traduzione è di Matteo Colombo.]
A pochi metri dal Parlamento spagnolo, è nato un altro parlamento. Un'altra democrazia nasce da zero al chilometro zero, e ha trasformato la centralissima piazza della Puerta del Sol di Madrid in una grande agorà. Anziché banchi pieni di deputati, metri quadrati di suolo. Anziché un presidente della Camera, un moderatore che viene da studi classici e che attualmente lavora come interprete.
Un ragazzo prende nota di tutto ciò che si dice e fa un riassunto di ogni tema prima di passare al seguente. Non esiste un ordine del giorno, ma un foglio con 24 punti di discussione, aperti a contributi e proposte che si susseguono semplicemente per alzata di mano, e che vengono approvati agitando la mano come nel linguaggio dei sordomuti.
Esistono commissioni suddivise per aree tematiche (comunicazione, assemblea, infrastrutture, alimentazione...), ma anziché avere sede in uffici si trovano sotto tende, teloni, o anche a cielo aperto. Ci sono perfino i capannelli di discussione, che però non stanno nei corridoi, ma per strada, in ogni angolo. Confronti dialettici accalorati e appassionati nascono come funghi, nella nuova agorà della Puerta del Sol. Basta tendere l'orecchio e chiunque può aggiornarsi sui temi più caldi dell'attualità. I cittadini parlano.
«Consideriamo ingiuste leggi come la Ley de Extranjeria [legge sull'immigrazione che prevede, tra le altre cose, multe fino a 10.000 euro per chi dà rifugio a immigranti clandestini, laddove per “rifugio” si intende “sostentamento economico”, leggi: colf e badanti], il Plan Bolonia [o Bologna Process, un progetto di riforma universitaria europea], la Ley Sinde [legge sul diritto d'autore in rete con importanti ricadute sul controllo dell'espressione online], la legge elettorale, e la legge di uguaglianza di genere», risuona da un megafono che passa di mano in mano nell'assemblea. «Bisogna farla finita con il sostegno dello stato alla Chiesa», sostiene una signora di mezz'età. «Le misure di salvataggio economico devono interessare le famiglie sfrattate, e non le banche», dice un giovane. Una valanga di proposte che si protrae per un'ora e mezza. «Stiamo cercando un consenso su alcune linee guida che ci aiuti a chiarire le questioni che vogliamo promuovere», osserva il moderatore.
Come nel racconto “L'autostrada del Sud” di Julio Cortázar, un evento straordinario ha prodotto una realtà nuova dotata di una dinamica propria. La manifestazione che lo scorso 15 maggio ha riunito migliaia di persone indignate per la situazione sociopolitica ed economica della Spagna, e il successivo accampamento permanente nel centro nevralgico di Madrid, hanno generato un micromondo che va creandosi e contemporaneamente gira, in senso contrario a quello che stava diventando quotidiano.
La prima tappa è stata organizzarsi e garantire i bisogni di base. La seconda, in questo preciso momento, è articolare un discorso che permetta di spiegare alla società un malcontento globale e generalizzato contro le carenze del sistema democratico imperante.
L'obbiettivo è quello di dare fisionomia definita a una protesta che è riuscita nell'impresa di aggregare l'enorme ed eterogenea quantità di persone che stanno prendendo parte a questo movimento spontaneo. Un movimento che, al di là di chi presenzia ogni giorno alla Puerta del Sol, riunisce e concentra un più ampio sentimento collettivo di disincanto ed esasperazione che sta mettendo in ginocchio il paese. Il cosiddetto “Movimento 15-M” si gonfia e si sgonfia, cresce e diminuisce a seconda dell'orario. Ogni giorno ci sono tre assemblee e una concentrazione.
[...]
Il lavoro e le riunioni di ieri si sono quindi concentrati sul creare un germe di questo manifesto di base. Innanzitutto, i temi principali che più stanno a cuore, poi le proposte, e infine le votazioni. Il risultato di questo processo sarà una specie di programma generale che sostituirà il manifesto originale, che si limitava a identificare il movimento, e che cercherà di dare una risposta alla grande domanda degli ultimi quattro giorni: agli indignati le cose come stanno non piacciono. Ma cosa vogliono?
Le assemblee di ieri hanno manifestato il loro appoggio a una serie di proposte che, sommate a quelle che a mano a mano vengono depositate nelle urne di raccolta di ciascuna commissione, costituiranno la base sulla quale, una volta effettuata una votazione, si cercherà di elaborare il manifesto di base di cui sopra. Di seguito, alcune delle rivendicazioni emerse:
- Abolizione delle leggi ingiuste. Cancellare e sostituire norme come la Ley Sinde, il Plan Bolonia, La Ley de Extranjería, la Ley de Partidos o la legge elettorale. Si sostiene inoltre che le leggi-quadro approvate dalle Corti debbano essere precedute da un referendum.
- Terza Repubblica. C'è chi chiede un referendum per scegliere tra monarchia e repubblica, mentre altri preferirebbero far sparire completamente dalla Costituzione qualsiasi cosa abbia a che vedere con la famiglia reale.
- Riforme fiscali. Si chiede di «favorire i redditi più bassi», che «chi possiede di più, paghi di più» e che «l'IVA diventi un'imposta progressiva.» Chiedono inoltre, tra molte altre cose, «l'applicazione della Tobin Tax per colpire la speculazione e il movimento di capitali, e che le relative entrate vengano reinvestite nel sociale.» Analogamente, si propone di «nazionalizzare le banche salvate.»
- Trasporti e mobilità. Favorire il trasporto pubblico e alternativo all'auto, creare una rete di piste ciclabili, sovvenzionare l'abbonamento ai trasporti pubblici per i disoccupati.
- Riforma delle condizioni di lavoro della classe politica. Si chiede la soppressione degli stipendi vitalizi, della "formazione controllata" per i funzionari pubblici (chiedono che si acceda ai livelli più alti di queste professioni tramite concorso), la revisione e il bilancio dell'attività politica alla fine di ogni mandato, liste elettorali pulite e libere da imputati di corruzione politica.
- Democrazia partecipativa e diretta. Auspicano un funzionamento per assemblee a livello cittadino (quartieri, distretti) che si basi su Internet e sulle nuove tecnologie. Chiedono inoltre di aver voce in capitolo sulle questioni relative alla gestione dei budget delle varie amministrazioni. In generale, la decentralizzazione del potere politico.
- Miglioramento e regolarizzazione dei rapporti lavorativi. Nella sostanza, mettere fine alla precarietà salariale e all'«abuso» degli stagisti, fissando un salario minimo di 1200 euro, con uno Stato che si faccia garante del lavoro e dell'uguaglianza salariale.
- Ecologia e ambiente. Chiusura immediata delle centrali nucleari e promozione delle economie sostenibili.
- Recupero delle aziende pubbliche privatizzate. La gestione deve tornare nelle mani della pubblica amministrazione.
- Forze dell'ordine. Riduzione della spesa militare, chiusura delle fabbriche di armi e rifiuto di intervento in qualsiasi guerra.
- Recupero della memoria storica. Condanna del franchismo.
L'articolo è stato pubblicato oggi su El Pais ed è a firma di Patricia Ortega Dolz e Inés Santaeulalia
La traduzione è di Matteo Colombo.]
A pochi metri dal Parlamento spagnolo, è nato un altro parlamento. Un'altra democrazia nasce da zero al chilometro zero, e ha trasformato la centralissima piazza della Puerta del Sol di Madrid in una grande agorà. Anziché banchi pieni di deputati, metri quadrati di suolo. Anziché un presidente della Camera, un moderatore che viene da studi classici e che attualmente lavora come interprete.
Un ragazzo prende nota di tutto ciò che si dice e fa un riassunto di ogni tema prima di passare al seguente. Non esiste un ordine del giorno, ma un foglio con 24 punti di discussione, aperti a contributi e proposte che si susseguono semplicemente per alzata di mano, e che vengono approvati agitando la mano come nel linguaggio dei sordomuti.
Esistono commissioni suddivise per aree tematiche (comunicazione, assemblea, infrastrutture, alimentazione...), ma anziché avere sede in uffici si trovano sotto tende, teloni, o anche a cielo aperto. Ci sono perfino i capannelli di discussione, che però non stanno nei corridoi, ma per strada, in ogni angolo. Confronti dialettici accalorati e appassionati nascono come funghi, nella nuova agorà della Puerta del Sol. Basta tendere l'orecchio e chiunque può aggiornarsi sui temi più caldi dell'attualità. I cittadini parlano.
«Consideriamo ingiuste leggi come la Ley de Extranjeria [legge sull'immigrazione che prevede, tra le altre cose, multe fino a 10.000 euro per chi dà rifugio a immigranti clandestini, laddove per “rifugio” si intende “sostentamento economico”, leggi: colf e badanti], il Plan Bolonia [o Bologna Process, un progetto di riforma universitaria europea], la Ley Sinde [legge sul diritto d'autore in rete con importanti ricadute sul controllo dell'espressione online], la legge elettorale, e la legge di uguaglianza di genere», risuona da un megafono che passa di mano in mano nell'assemblea. «Bisogna farla finita con il sostegno dello stato alla Chiesa», sostiene una signora di mezz'età. «Le misure di salvataggio economico devono interessare le famiglie sfrattate, e non le banche», dice un giovane. Una valanga di proposte che si protrae per un'ora e mezza. «Stiamo cercando un consenso su alcune linee guida che ci aiuti a chiarire le questioni che vogliamo promuovere», osserva il moderatore.
Come nel racconto “L'autostrada del Sud” di Julio Cortázar, un evento straordinario ha prodotto una realtà nuova dotata di una dinamica propria. La manifestazione che lo scorso 15 maggio ha riunito migliaia di persone indignate per la situazione sociopolitica ed economica della Spagna, e il successivo accampamento permanente nel centro nevralgico di Madrid, hanno generato un micromondo che va creandosi e contemporaneamente gira, in senso contrario a quello che stava diventando quotidiano.
La prima tappa è stata organizzarsi e garantire i bisogni di base. La seconda, in questo preciso momento, è articolare un discorso che permetta di spiegare alla società un malcontento globale e generalizzato contro le carenze del sistema democratico imperante.
L'obbiettivo è quello di dare fisionomia definita a una protesta che è riuscita nell'impresa di aggregare l'enorme ed eterogenea quantità di persone che stanno prendendo parte a questo movimento spontaneo. Un movimento che, al di là di chi presenzia ogni giorno alla Puerta del Sol, riunisce e concentra un più ampio sentimento collettivo di disincanto ed esasperazione che sta mettendo in ginocchio il paese. Il cosiddetto “Movimento 15-M” si gonfia e si sgonfia, cresce e diminuisce a seconda dell'orario. Ogni giorno ci sono tre assemblee e una concentrazione.
[...]
Il lavoro e le riunioni di ieri si sono quindi concentrati sul creare un germe di questo manifesto di base. Innanzitutto, i temi principali che più stanno a cuore, poi le proposte, e infine le votazioni. Il risultato di questo processo sarà una specie di programma generale che sostituirà il manifesto originale, che si limitava a identificare il movimento, e che cercherà di dare una risposta alla grande domanda degli ultimi quattro giorni: agli indignati le cose come stanno non piacciono. Ma cosa vogliono?
Le assemblee di ieri hanno manifestato il loro appoggio a una serie di proposte che, sommate a quelle che a mano a mano vengono depositate nelle urne di raccolta di ciascuna commissione, costituiranno la base sulla quale, una volta effettuata una votazione, si cercherà di elaborare il manifesto di base di cui sopra. Di seguito, alcune delle rivendicazioni emerse:
- Abolizione delle leggi ingiuste. Cancellare e sostituire norme come la Ley Sinde, il Plan Bolonia, La Ley de Extranjería, la Ley de Partidos o la legge elettorale. Si sostiene inoltre che le leggi-quadro approvate dalle Corti debbano essere precedute da un referendum.
- Terza Repubblica. C'è chi chiede un referendum per scegliere tra monarchia e repubblica, mentre altri preferirebbero far sparire completamente dalla Costituzione qualsiasi cosa abbia a che vedere con la famiglia reale.
- Riforme fiscali. Si chiede di «favorire i redditi più bassi», che «chi possiede di più, paghi di più» e che «l'IVA diventi un'imposta progressiva.» Chiedono inoltre, tra molte altre cose, «l'applicazione della Tobin Tax per colpire la speculazione e il movimento di capitali, e che le relative entrate vengano reinvestite nel sociale.» Analogamente, si propone di «nazionalizzare le banche salvate.»
- Trasporti e mobilità. Favorire il trasporto pubblico e alternativo all'auto, creare una rete di piste ciclabili, sovvenzionare l'abbonamento ai trasporti pubblici per i disoccupati.
- Riforma delle condizioni di lavoro della classe politica. Si chiede la soppressione degli stipendi vitalizi, della "formazione controllata" per i funzionari pubblici (chiedono che si acceda ai livelli più alti di queste professioni tramite concorso), la revisione e il bilancio dell'attività politica alla fine di ogni mandato, liste elettorali pulite e libere da imputati di corruzione politica.
- Democrazia partecipativa e diretta. Auspicano un funzionamento per assemblee a livello cittadino (quartieri, distretti) che si basi su Internet e sulle nuove tecnologie. Chiedono inoltre di aver voce in capitolo sulle questioni relative alla gestione dei budget delle varie amministrazioni. In generale, la decentralizzazione del potere politico.
- Miglioramento e regolarizzazione dei rapporti lavorativi. Nella sostanza, mettere fine alla precarietà salariale e all'«abuso» degli stagisti, fissando un salario minimo di 1200 euro, con uno Stato che si faccia garante del lavoro e dell'uguaglianza salariale.
- Ecologia e ambiente. Chiusura immediata delle centrali nucleari e promozione delle economie sostenibili.
- Recupero delle aziende pubbliche privatizzate. La gestione deve tornare nelle mani della pubblica amministrazione.
- Forze dell'ordine. Riduzione della spesa militare, chiusura delle fabbriche di armi e rifiuto di intervento in qualsiasi guerra.
- Recupero della memoria storica. Condanna del franchismo.
L'articolo è stato pubblicato oggi su El Pais ed è a firma di Patricia Ortega Dolz e Inés Santaeulalia
giovedì, maggio 19, 2011
Nobody expects the Spanish revolution
![]() |
Homepage di El País, giovedì, ore 20.15 |
- Protest in the Med: rallies against cuts and corruption spread
- Por qué tiene éxito el Movimiento 15-M
- Los virales de la #spanishrevolution
![]() |
Twitter, giovedì, ore 19.41 |
Obama e il certificato di nascita - the mug edition
L'organizzazione della campagna Obama 2012 non ha colto l'attimo per sfruttare a proprio favore gli attacchi al presidente sul controverso certificato di nascita.
Ma, a quanto pare hanno deciso di sfruttare il tema col merchandising della campagna.
Un po' in ritardo? Vedremo.
Ma, a quanto pare hanno deciso di sfruttare il tema col merchandising della campagna.
Un po' in ritardo? Vedremo.
La rabbia come forza di impegno positivo [una ricerca "sul pezzo"]
![]() |
Puerta del Sol, Madrid (foto di Lucio Colavero) |
Sulle questioni politiche si tornerà, intanto capita al momento giusto una lettura su una ricerca recentemente presentata (ma non ancora pubblicata*) che parla della rabbia del cittadino come forza potenzialmente positiva e motore per un impegno politico maggiore:
“Anger gets people engaged,” said Brader. “There’s a tendency among scholars and others to say that things like negative advertising are bad. But our paper points out that negative emotions like anger can bring people out and get people more involved. So the consequences aren’t all bad.”
And Groenendyk notes: “If anger is on your side, and it’s mobilizing people to get involved, anger can be a great thing.”
Insomma, la rabbia può essere incanalata in modo positivo ma - dato che rafforza sentimenti e convinzione - porta anche il rischio di "chiusura mentale" (populismo?):
A particular danger of anger seems to be closed-mindedness. Research finds that when citizens get angry, they close themselves off to alternative views and redouble their sense of conviction in their existing views. Fear and anxiety, on the other hand, seem to promote openness to alternative viewpoints and a willingness to compromise.
La rabbia porta anche a superare la paura e - sostengono gli studiosi - anche a investire tempo e impegno in azioni più consistenti e "rischiose" (in senso lato):
“Fear alerts you that something is amiss in your environment and draws your attention and says you should consider your action,” said Groenendyk. “Anger tends to move people beyond that and suggests to them to invest resources in participation and pursue riskier strategies that might cost them something.”
[...] “But anger can be an issue if it’s creating motivations to lash out. Does it stop at just spreading leaflets or voting? Or does it extend to punching opponents or throwing a brick. Politicians might be unleashing it for their own purposes, but it’s unleashing a powerful force that’s hard to control.”
Ma fino a che punto questa situazione è positiva e come si concretizza? Come provare a controllarla (per un politico) e organizzarla (per gruppi di cittadini)?
[*Il titolo della ricerca in questione è “Fight or Flight? When Political Threats Arouse Public Anger and Fear” ed è stata realizzata dai professori di scienze politiche Ted Brader, Nicholas Valentino (University of Michigan) e Eric W. Groenendyk (University of Memphis) ]
sabato, maggio 07, 2011
The Filter Bubble - una "bolla" più pericolosa?
Al Personal Democracy Forum 2010 uno dei miei interventi preferiti è stato quello di Eli Pariser, intitolato The Filter Bubble.
Secondo Pariser (fondatore e presidente di MoveOn.org e co-fondatore di Avaaaz), la personalizzazione è ormai parte integrante del nostro consumo di contenuti in Rete e questo - incorporato in modo più o meno (in)visibile negli strumenti che usiamo più spesso, vedi Google e Facebook - ci porti fondamentalmente a non avere la possibilità di essere esposti ad altri punti di vista.
Adesso Pariser ha pubblicato un libro che si chiama, appunto, The Filter Bubble e che ha un sito collegato.
Qui il suo speech a PdF 2010, lo scorso anno.
L'idea, va detto, non è certamente nuova (ne avevo letto una trattazione nel 2005 su Republic.com di Cass susntein), ma Pariser parla oggi e fa esempi molto significativi e concreti, non limitandosi a un'analisi in termini di processo.
Insomma, è un libro che mi propongo di leggere presto, così come voglio recuperare anche il suo talk fatto a TED un paio di mesi fa. Idee, dubbi e considerazioni sono i benvenuti.
Secondo Pariser (fondatore e presidente di MoveOn.org e co-fondatore di Avaaaz), la personalizzazione è ormai parte integrante del nostro consumo di contenuti in Rete e questo - incorporato in modo più o meno (in)visibile negli strumenti che usiamo più spesso, vedi Google e Facebook - ci porti fondamentalmente a non avere la possibilità di essere esposti ad altri punti di vista.
Adesso Pariser ha pubblicato un libro che si chiama, appunto, The Filter Bubble e che ha un sito collegato.
Qui il suo speech a PdF 2010, lo scorso anno.
L'idea, va detto, non è certamente nuova (ne avevo letto una trattazione nel 2005 su Republic.com di Cass susntein), ma Pariser parla oggi e fa esempi molto significativi e concreti, non limitandosi a un'analisi in termini di processo.
Insomma, è un libro che mi propongo di leggere presto, così come voglio recuperare anche il suo talk fatto a TED un paio di mesi fa. Idee, dubbi e considerazioni sono i benvenuti.
domenica, maggio 01, 2011
Friend of Charleston
Ci sono posti che aspetti di vedere da anni e che non ti deludono, posti dove ti senti subito a tuo agio per motivi evidenti e, insieme, meno evidenti.
Questo è stato il caso di Charleston, la casa di campagna che ha ospitato per decenni il Bloomsbury group e che ho visitato la scorsa estate.
Non so se ci tornerò presto, ma di recente mi è tornato in mente e ho pensato che sarebbe stato bello iscriversi ai Friends of Charleston e ho scritto per avere informazioni. Questa settimana, tornando a casa, ho trovato una lettera dall'Inghilterra con tutte le informazioni e le iniziative dell'estate.
Fateci un giro, ecco.
Questo è stato il caso di Charleston, la casa di campagna che ha ospitato per decenni il Bloomsbury group e che ho visitato la scorsa estate.
Non so se ci tornerò presto, ma di recente mi è tornato in mente e ho pensato che sarebbe stato bello iscriversi ai Friends of Charleston e ho scritto per avere informazioni. Questa settimana, tornando a casa, ho trovato una lettera dall'Inghilterra con tutte le informazioni e le iniziative dell'estate.
Fateci un giro, ecco.
sabato, aprile 30, 2011
Lo strano caso del certificato di nascita: Obama, i birthers e un errore strategico
In questi giorni negli Stati Uniti uno dei principali temi politici è stato il certificato di nascita del presidente Obama: un'occasione di riflessione sotto vari punti di vista.
Lo strano caso del certificato di nascita
La possibilità che il presidente non sia nato negli Stati Uniti (requisito di base per la sua elezione) è stato un argomento già usato dai repubblicani in campagna elettorale, facendo leva sul suo secondo nome (Hussein) e su vari altri elementi per instillare il dubbio - e peggiori sospetti - nella popolazione.
Adesso, con l'inizio della nuova campagna elettorale, il tema viene riportato alla ribalta, tra l'altro con Donald Trump portavoce d'eccezione - si candiderà?).
Tra le battute dei commentatori democratici e la satira (per tutti: Why Won't Hawaii Produce Documents Proving It's a State?), lo scorso 25 aprile la Casa Bianca ha reso pubblico il certificato - e anche qui l'Huffington Post non ha perso l'occasione di una presa in giro ai birthers, coloro che sostengono questa battaglia.
An "unforced error"
Qui entra in gioco la strategia di risposta. O meglio, dovrebbe.
L'argomento e l'insistenza della richiesta, oltre all'uso strumentale che ne viene fatto, sono argomenti da girare potenzialmente al proprio elettorato, più ancora che per chiarire la propria posizione, per dare possibilità di avere tutti gli strumenti per controbattere a una "bufala" di facile diffusione.
Ma nella periodica email inviata alla base di 13 milioni di elettori dallo staff della campagna non c'è traccia della questione "birth certificate". Come mai?
Micah Sifry ne parla su TechPresident riportando l'opinione di un osservatore di spessore, il giornalista Ari Melber:
Micah aggiunge la sua visione più generale su quello che Obama For America è stato in campagna elettorale e non è più riuscito ad essere dopo la vittoria:
The Obama disconnect: un doppio fallo
Il tema è stato dibattuto in questi anni - molto poco in Italia, dove la campagna elettorale di Obama ha ancora l'aura mitica della vittoria dell'outsider e del ruolo della Rete in questa vittoria.
Ma il disincanto non sfugge agli osservatori più attenti e se ne è parlato di recente al panel sull'informazione politica svoltosi al Festival del Giornalismo a Perugia.
Micah aveva affrontato l'argomento in questi termini e proprio per questo mi è sembrata una buona idea chiedere agli altri speaker una loro opinione.
Stefano Epifani risponde con un bel post in cui dice la sua mantenendo la metafora sportiva. E rincarando la dose:
Lo strano caso del certificato di nascita
La possibilità che il presidente non sia nato negli Stati Uniti (requisito di base per la sua elezione) è stato un argomento già usato dai repubblicani in campagna elettorale, facendo leva sul suo secondo nome (Hussein) e su vari altri elementi per instillare il dubbio - e peggiori sospetti - nella popolazione.
Adesso, con l'inizio della nuova campagna elettorale, il tema viene riportato alla ribalta, tra l'altro con Donald Trump portavoce d'eccezione - si candiderà?).
Tra le battute dei commentatori democratici e la satira (per tutti: Why Won't Hawaii Produce Documents Proving It's a State?), lo scorso 25 aprile la Casa Bianca ha reso pubblico il certificato - e anche qui l'Huffington Post non ha perso l'occasione di una presa in giro ai birthers, coloro che sostengono questa battaglia.
An "unforced error"
Qui entra in gioco la strategia di risposta. O meglio, dovrebbe.
L'argomento e l'insistenza della richiesta, oltre all'uso strumentale che ne viene fatto, sono argomenti da girare potenzialmente al proprio elettorato, più ancora che per chiarire la propria posizione, per dare possibilità di avere tutti gli strumenti per controbattere a una "bufala" di facile diffusione.
Ma nella periodica email inviata alla base di 13 milioni di elettori dallo staff della campagna non c'è traccia della questione "birth certificate". Come mai?
Micah Sifry ne parla su TechPresident riportando l'opinione di un osservatore di spessore, il giornalista Ari Melber:
From a purely strategic political perspective, the mainlining of the birther attack is a major mobilizing opportunity, and it's the kind of thing they were adept at during the campaign, but have been reticent to do in the OFA/governing period. ...Also, the core activists opening these emails are news consumers, this was the big political story, so choosing to send a message like this on such a big day - a day that was even intense and emotional for many supporters and African Americans - without any reference to it makes it feel like the campaign messages are coming from a different planet, rather than providing special information and a direct line to Obamaland.
Micah aggiunge la sua visione più generale su quello che Obama For America è stato in campagna elettorale e non è più riuscito ad essere dopo la vittoria:
For years now, it's been obvious that OFA's approach to its base has been radically different from the days of the Obama campaign. Then, the campaign stoked supporters passions. Now, they try to temper them. Instead of firing people up in ways that might be uncontrollable, OFA sought to keep its base engaged with innocuous activities that shook few windows and rattled few walls. (I've heard, internally, that this was referred to as the "hamster wheel" approach.) The result is what I've called "The Obama Disconnect."
The Obama disconnect: un doppio fallo
Il tema è stato dibattuto in questi anni - molto poco in Italia, dove la campagna elettorale di Obama ha ancora l'aura mitica della vittoria dell'outsider e del ruolo della Rete in questa vittoria.
Ma il disincanto non sfugge agli osservatori più attenti e se ne è parlato di recente al panel sull'informazione politica svoltosi al Festival del Giornalismo a Perugia.
Micah aveva affrontato l'argomento in questi termini e proprio per questo mi è sembrata una buona idea chiedere agli altri speaker una loro opinione.
Stefano Epifani risponde con un bel post in cui dice la sua mantenendo la metafora sportiva. E rincarando la dose:
più che un unforced error quello di Obama mi sembra – sempre per rimanere nella metafora sportiva – un doppio fallo.
- un errore è quello tattico, ossia non aver citato nella mail il tema del fatidico certificato di nascita cercando di volgerlo a proprio favore;
- l’altro errore è quello strategico. Ed è più grave. Non farlo ha voluto dire non dare ascolto a tutti quegli elettori con i quali Obama si vanta di aver aperto un dialogo (ma l’ha aperto davvero?) dando loro voce ed ascolto. Dov’è finito quell’ascolto ora, che una parte importante della Rete (e che sia importante lo si vede anche, ad esempio, dal numero di visitatori di alcuni video su YouTube) pone una domanda in maniera così pressante? Se si vuol avviare un dialogo non si possono ignorare le domande dei nostri interlocutori.
E’ vero, in rete si dice “don’t feed the Troll“, ma in questo caso i troll non sono tali ma sono elettori e sono molti, e sono parte importante di quel popolo che dovrebbe rinnovargli la fiducia. Ignorarli non mi sembra un buon modo di costruire il dialogo.
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