[Dallo scorso 15 maggio in Spagna è in corso una protesta pacifica che ha portato in piazza moltissime persone in mobilitazione permanente, prima a Madrid, presso la Puerta del Sol, e poi in moltissime città spagnole. Qui la traduzione di un articolo di El Paìs che spiega le richieste di queste persone. Mi sembra ce ne sia bisogno, data la quasi assenza del tema sui mezzi di comunicazione italiani, e per l'impatto di quello che sta succedendo - in modo autorganizzato, non politicizzato e del tutto pacifico.
La traduzione è di Matteo Colombo.]
A pochi metri dal Parlamento spagnolo, è nato un altro parlamento. Un'altra democrazia nasce da zero al chilometro zero, e ha trasformato la centralissima piazza della Puerta del Sol di Madrid in una grande agorà. Anziché banchi pieni di deputati, metri quadrati di suolo. Anziché un presidente della Camera, un moderatore che viene da studi classici e che attualmente lavora come interprete.
Un ragazzo prende nota di tutto ciò che si dice e fa un riassunto di ogni tema prima di passare al seguente. Non esiste un ordine del giorno, ma un foglio con 24 punti di discussione, aperti a contributi e proposte che si susseguono semplicemente per alzata di mano, e che vengono approvati agitando la mano come nel linguaggio dei sordomuti.
Esistono commissioni suddivise per aree tematiche (comunicazione, assemblea, infrastrutture, alimentazione...), ma anziché avere sede in uffici si trovano sotto tende, teloni, o anche a cielo aperto. Ci sono perfino i capannelli di discussione, che però non stanno nei corridoi, ma per strada, in ogni angolo. Confronti dialettici accalorati e appassionati nascono come funghi, nella nuova agorà della Puerta del Sol. Basta tendere l'orecchio e chiunque può aggiornarsi sui temi più caldi dell'attualità. I cittadini parlano.
«Consideriamo ingiuste leggi come la Ley de Extranjeria [legge sull'immigrazione che prevede, tra le altre cose, multe fino a 10.000 euro per chi dà rifugio a immigranti clandestini, laddove per “rifugio” si intende “sostentamento economico”, leggi: colf e badanti], il Plan Bolonia [o Bologna Process, un progetto di riforma universitaria europea], la Ley Sinde [legge sul diritto d'autore in rete con importanti ricadute sul controllo dell'espressione online], la legge elettorale, e la legge di uguaglianza di genere», risuona da un megafono che passa di mano in mano nell'assemblea. «Bisogna farla finita con il sostegno dello stato alla Chiesa», sostiene una signora di mezz'età. «Le misure di salvataggio economico devono interessare le famiglie sfrattate, e non le banche», dice un giovane. Una valanga di proposte che si protrae per un'ora e mezza. «Stiamo cercando un consenso su alcune linee guida che ci aiuti a chiarire le questioni che vogliamo promuovere», osserva il moderatore.
Come nel racconto “L'autostrada del Sud” di Julio Cortázar, un evento straordinario ha prodotto una realtà nuova dotata di una dinamica propria. La manifestazione che lo scorso 15 maggio ha riunito migliaia di persone indignate per la situazione sociopolitica ed economica della Spagna, e il successivo accampamento permanente nel centro nevralgico di Madrid, hanno generato un micromondo che va creandosi e contemporaneamente gira, in senso contrario a quello che stava diventando quotidiano.
La prima tappa è stata organizzarsi e garantire i bisogni di base. La seconda, in questo preciso momento, è articolare un discorso che permetta di spiegare alla società un malcontento globale e generalizzato contro le carenze del sistema democratico imperante.
L'obbiettivo è quello di dare fisionomia definita a una protesta che è riuscita nell'impresa di aggregare l'enorme ed eterogenea quantità di persone che stanno prendendo parte a questo movimento spontaneo. Un movimento che, al di là di chi presenzia ogni giorno alla Puerta del Sol, riunisce e concentra un più ampio sentimento collettivo di disincanto ed esasperazione che sta mettendo in ginocchio il paese. Il cosiddetto “Movimento 15-M” si gonfia e si sgonfia, cresce e diminuisce a seconda dell'orario. Ogni giorno ci sono tre assemblee e una concentrazione.
[...]
Il lavoro e le riunioni di ieri si sono quindi concentrati sul creare un germe di questo manifesto di base. Innanzitutto, i temi principali che più stanno a cuore, poi le proposte, e infine le votazioni. Il risultato di questo processo sarà una specie di programma generale che sostituirà il manifesto originale, che si limitava a identificare il movimento, e che cercherà di dare una risposta alla grande domanda degli ultimi quattro giorni: agli indignati le cose come stanno non piacciono. Ma cosa vogliono?
Le assemblee di ieri hanno manifestato il loro appoggio a una serie di proposte che, sommate a quelle che a mano a mano vengono depositate nelle urne di raccolta di ciascuna commissione, costituiranno la base sulla quale, una volta effettuata una votazione, si cercherà di elaborare il manifesto di base di cui sopra. Di seguito, alcune delle rivendicazioni emerse:
- Abolizione delle leggi ingiuste. Cancellare e sostituire norme come la Ley Sinde, il Plan Bolonia, La Ley de Extranjería, la Ley de Partidos o la legge elettorale. Si sostiene inoltre che le leggi-quadro approvate dalle Corti debbano essere precedute da un referendum.
- Terza Repubblica. C'è chi chiede un referendum per scegliere tra monarchia e repubblica, mentre altri preferirebbero far sparire completamente dalla Costituzione qualsiasi cosa abbia a che vedere con la famiglia reale.
- Riforme fiscali. Si chiede di «favorire i redditi più bassi», che «chi possiede di più, paghi di più» e che «l'IVA diventi un'imposta progressiva.» Chiedono inoltre, tra molte altre cose, «l'applicazione della Tobin Tax per colpire la speculazione e il movimento di capitali, e che le relative entrate vengano reinvestite nel sociale.» Analogamente, si propone di «nazionalizzare le banche salvate.»
- Trasporti e mobilità. Favorire il trasporto pubblico e alternativo all'auto, creare una rete di piste ciclabili, sovvenzionare l'abbonamento ai trasporti pubblici per i disoccupati.
- Riforma delle condizioni di lavoro della classe politica. Si chiede la soppressione degli stipendi vitalizi, della "formazione controllata" per i funzionari pubblici (chiedono che si acceda ai livelli più alti di queste professioni tramite concorso), la revisione e il bilancio dell'attività politica alla fine di ogni mandato, liste elettorali pulite e libere da imputati di corruzione politica.
- Democrazia partecipativa e diretta. Auspicano un funzionamento per assemblee a livello cittadino (quartieri, distretti) che si basi su Internet e sulle nuove tecnologie. Chiedono inoltre di aver voce in capitolo sulle questioni relative alla gestione dei budget delle varie amministrazioni. In generale, la decentralizzazione del potere politico.
- Miglioramento e regolarizzazione dei rapporti lavorativi. Nella sostanza, mettere fine alla precarietà salariale e all'«abuso» degli stagisti, fissando un salario minimo di 1200 euro, con uno Stato che si faccia garante del lavoro e dell'uguaglianza salariale.
- Ecologia e ambiente. Chiusura immediata delle centrali nucleari e promozione delle economie sostenibili.
- Recupero delle aziende pubbliche privatizzate. La gestione deve tornare nelle mani della pubblica amministrazione.
- Forze dell'ordine. Riduzione della spesa militare, chiusura delle fabbriche di armi e rifiuto di intervento in qualsiasi guerra.
- Recupero della memoria storica. Condanna del franchismo.
L'articolo è stato pubblicato oggi su El Pais ed è a firma di Patricia Ortega Dolz e Inés Santaeulalia
venerdì, maggio 20, 2011
giovedì, maggio 19, 2011
Nobody expects the Spanish revolution
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| Homepage di El País, giovedì, ore 20.15 |
- Protest in the Med: rallies against cuts and corruption spread
- Por qué tiene éxito el Movimiento 15-M
- Los virales de la #spanishrevolution
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| Twitter, giovedì, ore 19.41 |
Obama e il certificato di nascita - the mug edition
L'organizzazione della campagna Obama 2012 non ha colto l'attimo per sfruttare a proprio favore gli attacchi al presidente sul controverso certificato di nascita.
Ma, a quanto pare hanno deciso di sfruttare il tema col merchandising della campagna.
Un po' in ritardo? Vedremo.
Ma, a quanto pare hanno deciso di sfruttare il tema col merchandising della campagna.
Un po' in ritardo? Vedremo.
La rabbia come forza di impegno positivo [una ricerca "sul pezzo"]
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| Puerta del Sol, Madrid (foto di Lucio Colavero) |
Sulle questioni politiche si tornerà, intanto capita al momento giusto una lettura su una ricerca recentemente presentata (ma non ancora pubblicata*) che parla della rabbia del cittadino come forza potenzialmente positiva e motore per un impegno politico maggiore:
“Anger gets people engaged,” said Brader. “There’s a tendency among scholars and others to say that things like negative advertising are bad. But our paper points out that negative emotions like anger can bring people out and get people more involved. So the consequences aren’t all bad.”
And Groenendyk notes: “If anger is on your side, and it’s mobilizing people to get involved, anger can be a great thing.”
Insomma, la rabbia può essere incanalata in modo positivo ma - dato che rafforza sentimenti e convinzione - porta anche il rischio di "chiusura mentale" (populismo?):
A particular danger of anger seems to be closed-mindedness. Research finds that when citizens get angry, they close themselves off to alternative views and redouble their sense of conviction in their existing views. Fear and anxiety, on the other hand, seem to promote openness to alternative viewpoints and a willingness to compromise.
La rabbia porta anche a superare la paura e - sostengono gli studiosi - anche a investire tempo e impegno in azioni più consistenti e "rischiose" (in senso lato):
“Fear alerts you that something is amiss in your environment and draws your attention and says you should consider your action,” said Groenendyk. “Anger tends to move people beyond that and suggests to them to invest resources in participation and pursue riskier strategies that might cost them something.”
[...] “But anger can be an issue if it’s creating motivations to lash out. Does it stop at just spreading leaflets or voting? Or does it extend to punching opponents or throwing a brick. Politicians might be unleashing it for their own purposes, but it’s unleashing a powerful force that’s hard to control.”
Ma fino a che punto questa situazione è positiva e come si concretizza? Come provare a controllarla (per un politico) e organizzarla (per gruppi di cittadini)?
[*Il titolo della ricerca in questione è “Fight or Flight? When Political Threats Arouse Public Anger and Fear” ed è stata realizzata dai professori di scienze politiche Ted Brader, Nicholas Valentino (University of Michigan) e Eric W. Groenendyk (University of Memphis) ]
sabato, maggio 07, 2011
The Filter Bubble - una "bolla" più pericolosa?
Al Personal Democracy Forum 2010 uno dei miei interventi preferiti è stato quello di Eli Pariser, intitolato The Filter Bubble.
Secondo Pariser (fondatore e presidente di MoveOn.org e co-fondatore di Avaaaz), la personalizzazione è ormai parte integrante del nostro consumo di contenuti in Rete e questo - incorporato in modo più o meno (in)visibile negli strumenti che usiamo più spesso, vedi Google e Facebook - ci porti fondamentalmente a non avere la possibilità di essere esposti ad altri punti di vista.
Adesso Pariser ha pubblicato un libro che si chiama, appunto, The Filter Bubble e che ha un sito collegato.
Qui il suo speech a PdF 2010, lo scorso anno.
L'idea, va detto, non è certamente nuova (ne avevo letto una trattazione nel 2005 su Republic.com di Cass susntein), ma Pariser parla oggi e fa esempi molto significativi e concreti, non limitandosi a un'analisi in termini di processo.
Insomma, è un libro che mi propongo di leggere presto, così come voglio recuperare anche il suo talk fatto a TED un paio di mesi fa. Idee, dubbi e considerazioni sono i benvenuti.
Secondo Pariser (fondatore e presidente di MoveOn.org e co-fondatore di Avaaaz), la personalizzazione è ormai parte integrante del nostro consumo di contenuti in Rete e questo - incorporato in modo più o meno (in)visibile negli strumenti che usiamo più spesso, vedi Google e Facebook - ci porti fondamentalmente a non avere la possibilità di essere esposti ad altri punti di vista.
Adesso Pariser ha pubblicato un libro che si chiama, appunto, The Filter Bubble e che ha un sito collegato.
Qui il suo speech a PdF 2010, lo scorso anno.
L'idea, va detto, non è certamente nuova (ne avevo letto una trattazione nel 2005 su Republic.com di Cass susntein), ma Pariser parla oggi e fa esempi molto significativi e concreti, non limitandosi a un'analisi in termini di processo.
Insomma, è un libro che mi propongo di leggere presto, così come voglio recuperare anche il suo talk fatto a TED un paio di mesi fa. Idee, dubbi e considerazioni sono i benvenuti.
domenica, maggio 01, 2011
Friend of Charleston
Ci sono posti che aspetti di vedere da anni e che non ti deludono, posti dove ti senti subito a tuo agio per motivi evidenti e, insieme, meno evidenti.
Questo è stato il caso di Charleston, la casa di campagna che ha ospitato per decenni il Bloomsbury group e che ho visitato la scorsa estate.
Non so se ci tornerò presto, ma di recente mi è tornato in mente e ho pensato che sarebbe stato bello iscriversi ai Friends of Charleston e ho scritto per avere informazioni. Questa settimana, tornando a casa, ho trovato una lettera dall'Inghilterra con tutte le informazioni e le iniziative dell'estate.
Fateci un giro, ecco.
Questo è stato il caso di Charleston, la casa di campagna che ha ospitato per decenni il Bloomsbury group e che ho visitato la scorsa estate.
Non so se ci tornerò presto, ma di recente mi è tornato in mente e ho pensato che sarebbe stato bello iscriversi ai Friends of Charleston e ho scritto per avere informazioni. Questa settimana, tornando a casa, ho trovato una lettera dall'Inghilterra con tutte le informazioni e le iniziative dell'estate.
Fateci un giro, ecco.
sabato, aprile 30, 2011
Lo strano caso del certificato di nascita: Obama, i birthers e un errore strategico
In questi giorni negli Stati Uniti uno dei principali temi politici è stato il certificato di nascita del presidente Obama: un'occasione di riflessione sotto vari punti di vista.
Lo strano caso del certificato di nascita
La possibilità che il presidente non sia nato negli Stati Uniti (requisito di base per la sua elezione) è stato un argomento già usato dai repubblicani in campagna elettorale, facendo leva sul suo secondo nome (Hussein) e su vari altri elementi per instillare il dubbio - e peggiori sospetti - nella popolazione.
Adesso, con l'inizio della nuova campagna elettorale, il tema viene riportato alla ribalta, tra l'altro con Donald Trump portavoce d'eccezione - si candiderà?).
Tra le battute dei commentatori democratici e la satira (per tutti: Why Won't Hawaii Produce Documents Proving It's a State?), lo scorso 25 aprile la Casa Bianca ha reso pubblico il certificato - e anche qui l'Huffington Post non ha perso l'occasione di una presa in giro ai birthers, coloro che sostengono questa battaglia.
An "unforced error"
Qui entra in gioco la strategia di risposta. O meglio, dovrebbe.
L'argomento e l'insistenza della richiesta, oltre all'uso strumentale che ne viene fatto, sono argomenti da girare potenzialmente al proprio elettorato, più ancora che per chiarire la propria posizione, per dare possibilità di avere tutti gli strumenti per controbattere a una "bufala" di facile diffusione.
Ma nella periodica email inviata alla base di 13 milioni di elettori dallo staff della campagna non c'è traccia della questione "birth certificate". Come mai?
Micah Sifry ne parla su TechPresident riportando l'opinione di un osservatore di spessore, il giornalista Ari Melber:
Micah aggiunge la sua visione più generale su quello che Obama For America è stato in campagna elettorale e non è più riuscito ad essere dopo la vittoria:
The Obama disconnect: un doppio fallo
Il tema è stato dibattuto in questi anni - molto poco in Italia, dove la campagna elettorale di Obama ha ancora l'aura mitica della vittoria dell'outsider e del ruolo della Rete in questa vittoria.
Ma il disincanto non sfugge agli osservatori più attenti e se ne è parlato di recente al panel sull'informazione politica svoltosi al Festival del Giornalismo a Perugia.
Micah aveva affrontato l'argomento in questi termini e proprio per questo mi è sembrata una buona idea chiedere agli altri speaker una loro opinione.
Stefano Epifani risponde con un bel post in cui dice la sua mantenendo la metafora sportiva. E rincarando la dose:
Lo strano caso del certificato di nascita
La possibilità che il presidente non sia nato negli Stati Uniti (requisito di base per la sua elezione) è stato un argomento già usato dai repubblicani in campagna elettorale, facendo leva sul suo secondo nome (Hussein) e su vari altri elementi per instillare il dubbio - e peggiori sospetti - nella popolazione.
Adesso, con l'inizio della nuova campagna elettorale, il tema viene riportato alla ribalta, tra l'altro con Donald Trump portavoce d'eccezione - si candiderà?).
Tra le battute dei commentatori democratici e la satira (per tutti: Why Won't Hawaii Produce Documents Proving It's a State?), lo scorso 25 aprile la Casa Bianca ha reso pubblico il certificato - e anche qui l'Huffington Post non ha perso l'occasione di una presa in giro ai birthers, coloro che sostengono questa battaglia.
An "unforced error"
Qui entra in gioco la strategia di risposta. O meglio, dovrebbe.
L'argomento e l'insistenza della richiesta, oltre all'uso strumentale che ne viene fatto, sono argomenti da girare potenzialmente al proprio elettorato, più ancora che per chiarire la propria posizione, per dare possibilità di avere tutti gli strumenti per controbattere a una "bufala" di facile diffusione.
Ma nella periodica email inviata alla base di 13 milioni di elettori dallo staff della campagna non c'è traccia della questione "birth certificate". Come mai?
Micah Sifry ne parla su TechPresident riportando l'opinione di un osservatore di spessore, il giornalista Ari Melber:
From a purely strategic political perspective, the mainlining of the birther attack is a major mobilizing opportunity, and it's the kind of thing they were adept at during the campaign, but have been reticent to do in the OFA/governing period. ...Also, the core activists opening these emails are news consumers, this was the big political story, so choosing to send a message like this on such a big day - a day that was even intense and emotional for many supporters and African Americans - without any reference to it makes it feel like the campaign messages are coming from a different planet, rather than providing special information and a direct line to Obamaland.
Micah aggiunge la sua visione più generale su quello che Obama For America è stato in campagna elettorale e non è più riuscito ad essere dopo la vittoria:
For years now, it's been obvious that OFA's approach to its base has been radically different from the days of the Obama campaign. Then, the campaign stoked supporters passions. Now, they try to temper them. Instead of firing people up in ways that might be uncontrollable, OFA sought to keep its base engaged with innocuous activities that shook few windows and rattled few walls. (I've heard, internally, that this was referred to as the "hamster wheel" approach.) The result is what I've called "The Obama Disconnect."
The Obama disconnect: un doppio fallo
Il tema è stato dibattuto in questi anni - molto poco in Italia, dove la campagna elettorale di Obama ha ancora l'aura mitica della vittoria dell'outsider e del ruolo della Rete in questa vittoria.
Ma il disincanto non sfugge agli osservatori più attenti e se ne è parlato di recente al panel sull'informazione politica svoltosi al Festival del Giornalismo a Perugia.
Micah aveva affrontato l'argomento in questi termini e proprio per questo mi è sembrata una buona idea chiedere agli altri speaker una loro opinione.
Stefano Epifani risponde con un bel post in cui dice la sua mantenendo la metafora sportiva. E rincarando la dose:
più che un unforced error quello di Obama mi sembra – sempre per rimanere nella metafora sportiva – un doppio fallo.
- un errore è quello tattico, ossia non aver citato nella mail il tema del fatidico certificato di nascita cercando di volgerlo a proprio favore;
- l’altro errore è quello strategico. Ed è più grave. Non farlo ha voluto dire non dare ascolto a tutti quegli elettori con i quali Obama si vanta di aver aperto un dialogo (ma l’ha aperto davvero?) dando loro voce ed ascolto. Dov’è finito quell’ascolto ora, che una parte importante della Rete (e che sia importante lo si vede anche, ad esempio, dal numero di visitatori di alcuni video su YouTube) pone una domanda in maniera così pressante? Se si vuol avviare un dialogo non si possono ignorare le domande dei nostri interlocutori.
E’ vero, in rete si dice “don’t feed the Troll“, ma in questo caso i troll non sono tali ma sono elettori e sono molti, e sono parte importante di quel popolo che dovrebbe rinnovargli la fiducia. Ignorarli non mi sembra un buon modo di costruire il dialogo.
mercoledì, aprile 27, 2011
Personal Democracy Forum 2011 - Google Fellowship
Are you an entrepreneur or activist with ideas about the next big thing to change government? A non-profit professional trying new technologies with great results? A former campaign staffer still blazing new trails in online politics?
Allora perché non venire al Personal Democracy Forum il prossimo giugno a New York?
E perché non farlo con le Google Fellowship che Google - appunto - mette a disposizione come sponsor della conferenza?
Ci si può candidare fino a venerdì 29 aprile, non perdete l'occasione.
E ci vediamo lì.
venerdì, aprile 15, 2011
Festival del Giornalismo a Perugia
Questo weekend sono a Perugia al Festival del Giornalismo, un appuntamento ricco di eventi interessanti e persone che dovreste conoscere.
L'anno scorso sono riuscita a venire per una sola giornata, ma sono rimasta particolarmente colpita dall'atmosfera e dal fermento.
Quest'anno seguirò in particolare alcuni appuntamenti di domani.
La mattinata sarà dedicata a Wikileaks in una mattinata di approfondimento organizzata dal Personal Democracy Forum (per cui lavoro) e coordinata da Micah Sifry.
Alle 17.30, invece, seguirò il panel L'informazione politica al tempo dei social media:
Se ci siete, beh, battete un colpo!
L'anno scorso sono riuscita a venire per una sola giornata, ma sono rimasta particolarmente colpita dall'atmosfera e dal fermento.
Quest'anno seguirò in particolare alcuni appuntamenti di domani.
La mattinata sarà dedicata a Wikileaks in una mattinata di approfondimento organizzata dal Personal Democracy Forum (per cui lavoro) e coordinata da Micah Sifry.
Alle 17.30, invece, seguirò il panel L'informazione politica al tempo dei social media:
Internet e i potenti strumenti di comunicazione che essa porta in dote stanno cambiando l’informazione politica. La trasformano favorendo l’emersione di nuove fonti e di nuovi attori, determinando la frammentazione dei messaggi, costringendo politici, attivisti ed elettori stessi a venire allo scoperto per confrontarsi alla luce del sole.Siti web, blog e social network site costituiscono insieme quel real-time web che, grazie a potenti e semplici meccanismi di sharing, abilita e stimola la condivisione e quindi la circolazione delle informazioni, mettendo in crisi metodi consolidati per la creazione e gestione del consenso e disintermediando la possente macchina della comunicazione tradizionale.Come cambia l’informazione politica nell’era dei media sociali? Quali sono le sfide che la politica deve affrontare per restare al passo della rivoluzione in corso? Quale ruolo e quale futuro per i media tradizionali? E ancora, in Italia a che punto siamo?A queste e ad altre domande proviamo a dare una risposta con l’aiuto di:
Dino Amenduni responsabile new media Proforma
Stefano Epifani Università La Sapienza di Roma
Sam Graham-Felsen blog director Barack Obama 2008
Alessio Jacona Nòva 24, Il Sole 24 Ore
Micah L. Sifry direttore Personal Democracy Forum
Antonio Sofi giornalista e consulente politico
Se ci siete, beh, battete un colpo!
martedì, aprile 12, 2011
Elezioni 2012: enter Mitt Romney
E anche Mitt Romney si butta nella mischia:
Il video è diversissimo da quello di Pawlenty: estremamente semplice, con il candidato (sì, ok, exploratory committee) che guarda in camera e parla di lavoro, di opportunità, di economia.
Il confronto è tra la carriera di imprenditore di Romney, ex governatore del Massachusetts, e l'attuale amministrazione e la retorica del "non hanno mai fatto un vero lavoro che producesse sviluppo".
Qui qualche altra nota da Nancy Scola.
Il video è diversissimo da quello di Pawlenty: estremamente semplice, con il candidato (sì, ok, exploratory committee) che guarda in camera e parla di lavoro, di opportunità, di economia.
Il confronto è tra la carriera di imprenditore di Romney, ex governatore del Massachusetts, e l'attuale amministrazione e la retorica del "non hanno mai fatto un vero lavoro che producesse sviluppo".
Qui qualche altra nota da Nancy Scola.
domenica, aprile 10, 2011
[Letture] La donna che si immerse nel cuore del mondo
Ma chi glielo assicura, agli esseri umani, che pensare sia l'attività più importante dell'universo? Chi gli assicura che sia proprio il pensiero l'attività che distingue le cose tra superiori e inferiori?
Ah, il pensiero.
Io, invece, non ho mai dimenticato che prima sono esistita e solo dopo, molto faticosamente, ho imparato a pensare.
E ogni giorno che passa, per me la realtà è quella. Che prima esisto e poi, solo a volte, con lentezza e difficoltà, e soltanto se strettamente necessario, penso.
Insomma, questa è la mia distanza dagli esseri umani.
Ah, il pensiero.
Io, invece, non ho mai dimenticato che prima sono esistita e solo dopo, molto faticosamente, ho imparato a pensare.
E ogni giorno che passa, per me la realtà è quella. Che prima esisto e poi, solo a volte, con lentezza e difficoltà, e soltanto se strettamente necessario, penso.
Insomma, questa è la mia distanza dagli esseri umani.
(S. Berman, La donna che si immerse nel cuore del mondo)
[grazie a Matteo]
lunedì, marzo 28, 2011
Campagna 2012: si ricomincia da Pawlenty
L'ex governatore del Minnesota, Tim Pawlenty, lancia il primo spot della campagna 2012:
Un video da manuale dello spot ammeregano (e repubblicano): i lavoratori, i bambini, città, molta campagna, il futuro migliore, il cielo, Reagan e persino Lincoln.
Nota 1: certo, tutto 'sto video e poi annuncia l'exploratory committee, ma pazienza, funziona così
Nota 2: grafica e organizzazione del sito sono "ispirate" da quanto fatto da Obama. Sono curiosa di vedere se c'è qualche cambiamento evidente sin da ora nel modo di fare campagna e di comunicarla
Update: chez TechPresident Nancy definisce lo spot "über-dramatic" e rilancia l'intervista a Lucas Baiano che ha ideato il video (e ha - udite, udite - 23 anni). Tra le frasi clou: "I try to find the EQ, the Emotional Quotient, within the person's story."
Ne sentiremo parlare, di questo benedetto EQ.
Un video da manuale dello spot ammeregano (e repubblicano): i lavoratori, i bambini, città, molta campagna, il futuro migliore, il cielo, Reagan e persino Lincoln.
Nota 1: certo, tutto 'sto video e poi annuncia l'exploratory committee, ma pazienza, funziona così
Nota 2: grafica e organizzazione del sito sono "ispirate" da quanto fatto da Obama. Sono curiosa di vedere se c'è qualche cambiamento evidente sin da ora nel modo di fare campagna e di comunicarla
Update: chez TechPresident Nancy definisce lo spot "über-dramatic" e rilancia l'intervista a Lucas Baiano che ha ideato il video (e ha - udite, udite - 23 anni). Tra le frasi clou: "I try to find the EQ, the Emotional Quotient, within the person's story."
Ne sentiremo parlare, di questo benedetto EQ.
domenica, marzo 27, 2011
Hans Rosling: usare i dati per cambiare mentalità
La scorsa settimana Google ha lanciato Think Quarterly, un magazine che si concentra su un tema analizzandolo nei suoi vari aspetti e sviluppi in ambito aziendale (ma non solo).
Il primo numero parla, neanche a dirlo, di dati e ha molti interventi interessanti, da Nigel Shadbolt (creatore di data.gov.uk con Tim Berners-Lee) ad Hans Rosling, famoso per i suoi studi statistici e per le sue spettacolari presentazioni "dinamiche".
In particolare è interessante vedere come uno statistico come Rosling veda come fondamentale la necessità di creare una nuova mentalità e un nuovo modo di vedere una serie di processi. A partire dal freddo dato? Ebbene sì.
Qui un video di Rosling a TED.
Il primo numero parla, neanche a dirlo, di dati e ha molti interventi interessanti, da Nigel Shadbolt (creatore di data.gov.uk con Tim Berners-Lee) ad Hans Rosling, famoso per i suoi studi statistici e per le sue spettacolari presentazioni "dinamiche".
In particolare è interessante vedere come uno statistico come Rosling veda come fondamentale la necessità di creare una nuova mentalità e un nuovo modo di vedere una serie di processi. A partire dal freddo dato? Ebbene sì.
We found that the most important thing when presenting our data [on graphs such as the Health and Wealth of Nations, which tracks 200 years of global life expectancy versus income per person in a four-and-a-half-minute video] was not to put time on the X-axis. We made time move, and when you see the movement, the data becomes like a football match – you can see who is catching up or, for instance, that a country like Bangladesh is reducing its child mortality rate faster than Sweden ever did.
Bangladesh is still at a low level economically, but at the same time there is a huge internal market with cheap distribution and only one language. So if you are a company with ambition, you have to be in Bangladesh. It’s one of the 10 biggest countries in the world, but people’s mindset leads them to believe that Bangladesh is a hopeless place in need of aid. What is so strong with animation is that it provides that mindset shift in market segmentation. We can see where there are highly developed countries with a good economy and a healthy and well-educated staff.L'intervista è qui.
Qui un video di Rosling a TED.
martedì, marzo 15, 2011
L'umanesimo ai tempi del Giappone
Ecco, qui sono tutti distrutti, rosicchiati dall’angoscia, ma se ognuno si concedesse di comportarsi come se fosse l’unico in difficoltà, sarebbe considerato, e si considererebbe lui stesso un egoista immaturo. Sarebbe un comportamento che si rimprovera anche ai bambini, qui.
In ogni azione che si compie, è doveroso pensare in che modo questa influenzerà gli altri, in giapponese si dice 気を遣う, che significa comunicare l’anima, è un filtro necessario nella vita quotidiana. Capire lo stato d’animo dell’altro è il primo passo da intraprendere quando si instaura una comunicazione. E’ una regola semplicemente razionale, decisa da gente che tiene in grande considerazione le emozioni e i sentimenti: tutti sanno che comunicare paura e disperazione ha un effetto negativo sugli altri. Alcuni italiani forse penseranno che questo comportamento sia freddo, insensibile, da automi, ma secondo me questa è una visione superficiale e preconfezionata. La realtà è che i giapponesi sono troppo delicati, troppo facilmente preda di passioni per poterle lasciare fluire incontrollate, o essere esposti a quelle riversate in modo insensibile dagli altri.
lunedì, febbraio 28, 2011
domenica, gennaio 30, 2011
Open Leaks è online
Open Leaks, il sito fondato da Daniel Domscheit-Berg (ex Wikileaks) è finalmente online.
Qui un video che ne spiega il funzionamento:
OpenLeaks 101 from openleaks on Vimeo.
Qualche settimana fa, su TechPresident, Micah Sifry aveva scritto un pezzo lungo e dettagliato (con brani di intervista a Domscheit-Berg) sull'approccio di Open Leaks rispetto a Wikileaks, considerando le richieste di fondi delle due organizzazioni alla Knight Foundation:
Qui un video che ne spiega il funzionamento:
OpenLeaks 101 from openleaks on Vimeo.
Qualche settimana fa, su TechPresident, Micah Sifry aveva scritto un pezzo lungo e dettagliato (con brani di intervista a Domscheit-Berg) sull'approccio di Open Leaks rispetto a Wikileaks, considerando le richieste di fondi delle due organizzazioni alla Knight Foundation:
In essence, where the Wikileaks Knight proposal would have been giving news sites a widget that would redirect leakers to the Wikileaks central hub, in keeping with Domscheit-Berg and his collaborators' vision of a more distributed, decentralized system, OpenLeaks is planning to give potential partners their own self-contained and integrated platform for managing leaks. Says Domscheit-Berg, "The submission system described on the Knight proposal would have used a button like feature that news orgs would have placed on their website that would have redirected them to the WL page." And what that would have meant is Wikileaks' editor or editors making the decisions on what was important, acting as a bottle-neck on the flow of informationNelle parole di Berg, l'approccio di Open Leaks ha diversi vantaggi [il grassetto è mio]:
Firstly the system will scale better with each new participant. Secondly, the source is the one that will have a say in who should exclusively be granted first access to material, while also ensuring that material will be distributed to others in the system after a period of exclusive access. Thirdly, we will make use of existing resources, experience, manpower etc [to] deal with submissions to more efficiently. Fourthly, we will be able to deliver information more directly to where it matters and will be used, while remaining a neutral service ourselves. And last but not least, this approach will create a large union of shared interests in the defense of the rights to run an anonymous post-drop in the digital world.Vedremo.
martedì, gennaio 25, 2011
Uno State of the Union "come non l'avevate mai visto"
Good afternoon,
I just started at the White House as a Senior Advisor to President Obama, and over the past few days we've all been increasingly focused on Tuesday’s State of the Union Address (9 p.m. EST). The President will talk about what America needs to do to create jobs today, make America more competitive tomorrow, and win the future for our children and our country.
And to make sure that you are part of the discussion about America's future, we've been working on a number of ways to use our online program to give you and Americans across the country a chance to participate in this important event and ask your own questions. That starts immediately after the speech ends, when White House policy experts will be available at WhiteHouse.gov to discuss the issues the President raised in the speech and to take your questions and feedback.
David Plouffe, campaign manager della campagna Obama, torna a lavorare col presidente ed è lui ad annunciare lo State of the Union di stasera (9pm EST, le nostre tre di notte - se ne riparla domani).
Qui un paio di articoli su come il cosiddetto SOTU sarà interattivo:
The Obama White House's Full-Internet SOTU Press:
On Tuesday itself, several advisors, aides, and assistants will be Open for Questions. On Wednesday, Press Secretary Robert Gibbs will, naturally be on Twitter.
At some point during the week, Vice President Joe Biden will be on Yahoo!
And continuing a practice we've seen the Obama administration engage in in the past, on Thursday, the 27th, several big-name administration officials will be mixing it up with online communities relevant to the policy areas in which they work.
The State of the Union is...Annotated.
The folks over on the White House new media team have just announced that, during tomorrow's State of the Union address delivered to a joint session on Congress, up and running on WhiteHouse.gov will be a simultaneous helping of visual aids intended to help shore up the presidential lesson being delivered live and in person on the floor of the U.S. House of Representatives.
(qui ti giri, ti volti ed è subito campagna per il 2012, eh)
venerdì, gennaio 21, 2011
Per un dibattito un po' meno vago: fact checking
Una bella proposta di 'fact checking':
Domenica 9 gennaio ho seguito l’intervento del presidente della Regione Puglia Nichi Vendola alla trasmissione Che Tempo Che Fa. La sua intervista a Fabio Fazio (ma poteva capitare con chiunque) mi ha fatto venire in mente che quella trasmissione – proprio perché a cavallo tra informazione e intrattenimento – potrebbe prestarsi bene a un esperimento di fact checking: i politici o comunque gli uomini pubblici hanno, come è ovvio che sia, l’opportunità di spiegare ampiamente le loro posizioni, garbatamente stimolati da un ospite che – giustamente – non pensa che ogni intervista debba essere un dibattito o un braccio di ferro; al tempo stesso una piccola redazione (magari di esterni?) potrebbe sottoporre quanto dicono a un controllo specifico, i cui risultati poi potrebbero essere pubblicizati nel sito del programma – almeno – o, magari, nella trasmissione successiva.
domenica, gennaio 09, 2011
Rete, rivoluzioni e politica: Morozov, il dis-integrato
Il nuovo libro di Evgeny Morozov recensito dall'Economist:
L'altro lato della Rete come strumento di rivoluzione politica: come può essere usata per anestetizzare il contrasto, quanto il suo impatto sia stato analizzato superficialmente, le modalità in cui i governi ne hanno gestito l'impatto in modo addirittura controproducente:
E allora? Morozov si presenta deluso da quanto fatto fino ad ora, più che pessimista. Propone un approccio "cyber-realista" che sostituisca quello cyber-utopico. A quanto pare, però, non approfondisce questo aspetto:
[penso non mi convincerà del tutto, ma mi pare interessante]
The idea that the internet was fomenting revolution and promoting democracy in Iran was just the latest example of the widely held belief that communications technology, and the internet in particular, is inherently pro-democratic. In this gleefully iconoclastic book, Evgeny Morozov takes a stand against this “cyber-utopian” view, arguing that the internet can be just as effective at sustaining authoritarian regimes. By assuming that the internet is always pro-democratic, he says, Western policymakers are operating with a “voluntary intellectual handicap” that makes it harder rather than easier to promote democracy.
L'altro lato della Rete come strumento di rivoluzione politica: come può essere usata per anestetizzare il contrasto, quanto il suo impatto sia stato analizzato superficialmente, le modalità in cui i governi ne hanno gestito l'impatto in modo addirittura controproducente:
The root of the problem, Mr Morozov argues, is that Western policymakers see an all-too-neat parallel with the role that radio propaganda and photocopiers may have played in undermining the Soviet Union. A native of Belarus, Mr Morozov (who has occasionally written for The Economist) says this oversimplification of history has led to the erroneous conclusion that promoting internet access and “internet freedom” will have a similar effect on authoritarian regimes today.
E allora? Morozov si presenta deluso da quanto fatto fino ad ora, più che pessimista. Propone un approccio "cyber-realista" che sostituisca quello cyber-utopico. A quanto pare, però, non approfondisce questo aspetto:
But he presents little in the way of specific prescriptions, other than to stress the importance of considering the social and political context in which technology is deployed, rather than focusing on the characteristics of the technology itself, as internet gurus tend to. Every authoritarian regime is different, he argues, so it is implausible that the same approach will work in each case; detailed local knowledge is vital. Yet having done such a good job of knocking down his opponents’ arguments, it is a pity he does not have more concrete proposals to offer in their place.
[penso non mi convincerà del tutto, ma mi pare interessante]
venerdì, dicembre 31, 2010
sabato, dicembre 25, 2010
venerdì, dicembre 10, 2010
mercoledì, dicembre 08, 2010
Su Wikileaks - varie e non troppo eventuali
Non ho molto tempo per mettere in ordine i pensieri e gli spunti interessanti e passerò i prossimi giorni in viaggio.
Provo comunque a lasciare qui qualche traccia, sperando di avere tempo di scrivere qualcosa in seguito.
Julian Assange, The truth will always win:
Todd Gitlin, Everything Is Data, but Data Isn’t Everything:
Clay Shirky, Wikileaks and the Long Haul:
Micah Sifry, After Wikileaks: The Promise of Internet Freedom, For Real:
Provo comunque a lasciare qui qualche traccia, sperando di avere tempo di scrivere qualcosa in seguito.
Julian Assange, The truth will always win:
WikiLeaks coined a new type of journalism: scientific journalism. We work with other media outlets to bring people the news, but also to prove it is true. Scientific journalism allows you to read a news story, then to click online to see the original document it is based on. That way you can judge for yourself: Is the story true? Did the journalist report it accurately?
Democratic societies need a strong media and WikiLeaks is part of that media. The media helps keep government honest.
Todd Gitlin, Everything Is Data, but Data Isn’t Everything:
If the database is the shape of knowledge in our time, then the definitive act of mediated communication is the data dump. So it is not surprising that the generation that has made the mash-up its prime aesthetic form has produced the data dump. But to put it this way is not to congratulate Wikileaks—at least not without considerable ambivalence. It’s to lament the coming of a certain—shall we say generational?—style of exposé. Wikileaks is the Facebook of whistle blowing.
Clay Shirky, Wikileaks and the Long Haul:
Like a lot of people, I am conflicted about Wikileaks.
Citizens of a functioning democracy must be able to know what the state is saying and doing in our name, to engage in what Pierre Rosanvallon calls “counter-democracy”*, the democracy of citizens distrusting rather than legitimizing the actions of the state. Wikileaks plainly improves those abilities.
On the other hand, human systems can’t stand pure transparency. For negotiation to work, people’s stated positions have to change, but change is seen, almost universally, as weakness. People trying to come to consensus must be able to privately voice opinions they would publicly abjure, and may later abandon. Wikileaks plainly damages those abilities. (If Aaron Bady’s analysis is correct, it is the damage and not the oversight that Wikileaks is designed to create.*)
And so we have a tension between two requirements for democratic statecraft, one that can’t be resolved, but can be brought to an acceptable equilibrium. Indeed, like the virtues of equality vs. liberty, or popular will vs. fundamental rights, it has to be brought into such an equilibrium for democratic statecraft not to be wrecked either by too much secrecy or too much transparency.
Micah Sifry, After Wikileaks: The Promise of Internet Freedom, For Real:
The conflict between Wikileaks and the U.S. Government reminds me of something we've been experiencing for some years now in the private sector of corporate activity and social enterprises. Lots of hierarchical, top-down, closed fortress organizations have been discovering that they need to open up, accept that the internet is dispersing power to the edges and into the hands of free agents, a.k.a. the people who used to be their audience. Think of how internal bloggers like Robert Scoble helped open up and humanize Microsoft's evil empire, or how angry consumer virtual flash-mobs like the one that rallied around Jeff Jarvis's "Dell Sucks" blog post confronted and pried open Dell. Or how netroots bloggers made Howard Dean the chairman of the Democratic National Committee, or how networked "Tea Party" activists generated successful challenges to eight Senate candidates endorsed by the Republican establishment in DC. Smart organizations have embraced these new forces and been improved in the process.
lunedì, dicembre 06, 2010
Un paio di riflessioni critiche su Wikileaks
Due persone di cui ho molta stima hanno scritto di Wikileaks, rilancio qui i loro post.
Cinque rapidi punti evidenziati da Micah Sifry (qui sotto il punto 4):
Alberto Cottica prende posizione in un lungo pezzo che vale la pena leggere:
Cinque rapidi punti evidenziati da Micah Sifry (qui sotto il punto 4):
People who think that more transparency will lead to the hiding of secrets deeper in the bureaucracy, and that as a result we will know less, not more about the workings of government or the powerful have got their heads screwed on backward. By that logic, we should require less public disclosure of what the government does, not more. Why ask campaign contributors or lobbyists to disclose any of their activities? In fact, when people think what they're doing ~might~ be subject to public view, their behavior generally changes for the better. Thus the overall value of Cablegate--exposing a great deal of the world's sovereign powers to a harsh new level of public scrutiny, and warning them that more such scrutiny is always a possibility in the future--should, on balance, lead to better behavior.
Alberto Cottica prende posizione in un lungo pezzo che vale la pena leggere:
Dico che WikiLeaks è orientata al bene comune perché la sua attività non è rivolta contro gli stati i cui documenti riservati va diffondendo. Al contrario, Julian è convinto di essere loro utile: informando i cittadini su ciò che davvero succede si irrobustisce la democrazia. Mettendo più teste a pensare alle scelte fatte in passato, si rende più probabile fare scelte più sagge in futuro. E dico che mobilita l’intelligenza collettiva. perché non pretende di spacciare “la verità”: cerca piuttosto di fornire materiale grezzo ai giornalisti, ai magistrati, ai cittadini interessati, e in prospettiva agli storici. La verità storica non sta nel singolo documento, ma nell’interpretazione condivisa del totale di questi documenti che emergerà dal dibattito. WikiLeaks si limita a trasferire documenti riservati nel pubblico dominio, e lascia poi all’intelligenza collettiva di cui parlo nel mio libro di ricostruire un quadro della situazione. E se giudica che un documento riservato possa mettere in pericolo vite umane si autocensura e non lo diffonde: è successo in passato per documenti sulla dislocazione delle truppe americane in Afghanistan.
mercoledì, novembre 24, 2010
Cambiare idea /1
Vista attraverso la lente del 2009, la "capacità negativa" sembra il perfetto antidoto all'"eroismo ideologico".
Eppure nei nostri politici cerchiamo ancora l'eroismo ideologico, nonostante tutto. Se sono pragmatici, li consideriamo deboli. Se sono equilibrati, li chiamiamo ingenui e sciocchi.
(Zadie Smith, Il dono delle lingue - in Cambiare idea)
lunedì, novembre 08, 2010
Il social network e come ci sta cambiando
Si è detto e scritto moltissimo su The Social Network, a turno il "film su Facebook" o sul suo fondatore, il più giovane miliardario al mondo, un film sul tradimento, sull'amicizia.
Un film che è molto più del suo sceneggiatore, Aaron Sorkin, che del regista David Fincher (e moltissimo dei suoi interpreti), che è molto più la storia di persone, che non di un business, molto più il modo in cui oggi usiamo e siamo usati dalle nostre ossessioni e dai nostri desideri, da chi abbiamo vicino e da chi vogliamo attorno a noi.
Il film e le varie considerazioni lette in giro mi sono tornate in mente oggi pomeriggio, mentre sono in viaggio per assistere a Venice Sessions, con titolo “Love in the digital age” (domani dalle 9.30, trasmesso in diretta).
La Rete – e Facebook, certo – hanno cambiato il nostro modo di creare relazioni e mantenerle: in dieci anni di Rete e in sei di blog, non riesco a contare il numero di amici, lavori, coppie createsi grazie alla Rete. Ma una delle cose che mi fa riflettere di più è come abbia cambiato la nostra nozione di tempo e di attesa nei rapporti con gli altri.
"Avrai un telefono vicino che vuol dire già aspettare" cantava Baglioni in altri decenni (e anche lì - curiosamente - c’era un amico che aveva deluso, tradito e ingannato). Adesso magari non restiamo in casa, ma controlliamo freneticamente la nostra pagina, aspettando che la nostra richiesta di amicizia venga accettata, di ricevere risposta al nostro messaggio, un like al video che abbiamo condiviso, un commento al nostro status, che magari abbiamo messo lì a bella posta, pensando che gli altri lo vedano, sperando che qualcuno risponda (e la consapevolezza, con conseguente presa in giro, dei tipici atteggiamenti su Facebook avviene innanzitutto su Facebook).
La nostra attesa dura – deve durare – pochissimo, lo spazio di un refresh, quello che Mark Zuckerberg continua a fare alla fine del film, per controllare se la sua ex ragazza ha accettato la sua richiesta di amicizia su Facebook.
The social network è forse anche un film su come siamo cambiati noi, su come sta cambiando il nostro modo di stare con gli altri – e forse niente è più sintomatico di Facebook per certi versi – su come sia diverso l’approccio e la comprensione del mondo “di questa generazione” di cui spesso si parla pomposamente, senza sapere mai davvero delinearne precisamente i contorni.
In uno dei pezzi più interessanti (e di più ampia prospettiva), intitolato “Generation Why?”, Zadie Smith lo spiega meglio di tutti:
Un film che è molto più del suo sceneggiatore, Aaron Sorkin, che del regista David Fincher (e moltissimo dei suoi interpreti), che è molto più la storia di persone, che non di un business, molto più il modo in cui oggi usiamo e siamo usati dalle nostre ossessioni e dai nostri desideri, da chi abbiamo vicino e da chi vogliamo attorno a noi.
Il film e le varie considerazioni lette in giro mi sono tornate in mente oggi pomeriggio, mentre sono in viaggio per assistere a Venice Sessions, con titolo “Love in the digital age” (domani dalle 9.30, trasmesso in diretta).
La Rete – e Facebook, certo – hanno cambiato il nostro modo di creare relazioni e mantenerle: in dieci anni di Rete e in sei di blog, non riesco a contare il numero di amici, lavori, coppie createsi grazie alla Rete. Ma una delle cose che mi fa riflettere di più è come abbia cambiato la nostra nozione di tempo e di attesa nei rapporti con gli altri.
"Avrai un telefono vicino che vuol dire già aspettare" cantava Baglioni in altri decenni (e anche lì - curiosamente - c’era un amico che aveva deluso, tradito e ingannato). Adesso magari non restiamo in casa, ma controlliamo freneticamente la nostra pagina, aspettando che la nostra richiesta di amicizia venga accettata, di ricevere risposta al nostro messaggio, un like al video che abbiamo condiviso, un commento al nostro status, che magari abbiamo messo lì a bella posta, pensando che gli altri lo vedano, sperando che qualcuno risponda (e la consapevolezza, con conseguente presa in giro, dei tipici atteggiamenti su Facebook avviene innanzitutto su Facebook).
La nostra attesa dura – deve durare – pochissimo, lo spazio di un refresh, quello che Mark Zuckerberg continua a fare alla fine del film, per controllare se la sua ex ragazza ha accettato la sua richiesta di amicizia su Facebook.
The social network è forse anche un film su come siamo cambiati noi, su come sta cambiando il nostro modo di stare con gli altri – e forse niente è più sintomatico di Facebook per certi versi – su come sia diverso l’approccio e la comprensione del mondo “di questa generazione” di cui spesso si parla pomposamente, senza sapere mai davvero delinearne precisamente i contorni.
In uno dei pezzi più interessanti (e di più ampia prospettiva), intitolato “Generation Why?”, Zadie Smith lo spiega meglio di tutti:
Watching this movie, even though you know Sorkin wants your disapproval, you can’t help feel a little swell of pride in this 2.0 generation. They’ve spent a decade being berated for not making the right sorts of paintings or novels or music or politics. Turns out the brightest 2.0 kids have been doing something else extraordinary. They’ve been making a world.
giovedì, ottobre 28, 2010
L'ultimo col 2 davanti
A 20 sei agile, forte in genere digerisci anche i sassi e non smetti mai di di mettere alla prova questa abilità. Più avanti constaterai che le skill della tua scheda calano leggermente ma non è questo il punto. Se ci pensi bene la vita ti aveva avvertito per tempo.
Ci sono differenze di contesto sociale, di studi, lavoro e maturazione. Sono le più difficili da cogliere perché coadiuvate da alleati invisibili come il confondersi con la massa, il se succede (o non succede) a tutti è normale che succeda (o non succeda) a me, la mancanza di un obiettivo da perseguire, il rischio di perseguire una proiezione esterna da te: ciò che dovresti essere vince su far evolvere con armonia ciò che sei dentro e stare un po’ a vedere.
Com’è, come non è, ti ritrovi almeno a smentire la profezia pinkfloydiana dell’aver bruciato un decennio in un colpo:
And then one day you find ten years have got behind you
No one told you when to run, you missed the starting gun
(da un vecchio post di Fed che non avevo letto con sufficiente attenzione)
martedì, ottobre 19, 2010
Di Twitter, dell'attivismo e di un cambiamento alla volta
"Small Change" dismisses leaderless, self-organizing systems as viable agents of change. A flock of birds flying around an object in flight has no leader yet this beautiful, seemingly choreographed movement is the very embodiment of change. Rudimentary communication among individuals in real time allows many to move together as one--suddenly uniting everyone in a common goal. Lowering the barrier to activism doesn't weaken humanity, it brings us together and it makes us stronger.
Su questo numero dell'Atlantic, Biz Stone, co-fondatore di Twitter, risponde a Malcolm Gladwell e al suo articolo pubblicato dal New Yorker.
lunedì, ottobre 04, 2010
PdF Europe: ready to start
Vi pungesse vaghezza di sapere dove sono, il posto si chiama Universitat de Catalunya ed è meraviglioso.
Qui tutte le informazioni della conferenza che sarà trasmessa live nella parte plenaria del mattino.
Il tag per la conferenza è #pdfeu e qui c'è una lista degli speaker su Twitter - se vi va di mandare domande, osservazioni ecc, Twitter is the way.
A pomeriggio modererò due panel sull'organizzazione di campagne politiche nazionali e locali (elettorali, ma non solo): parleremo di best practices da varie parti d'Europa, Italia inclusa, e ci concentreremo in particolare sull'attivismo politico di gruppi estremisti o dalle idee politiche... piuttosto atipiche.
A breve uscirà un po' di materiale sul blog di PdF - tenete d'occhio il sito.
Idee? Domande?
Intanto è tempo di caffè... buona visione! :-)
Qui tutte le informazioni della conferenza che sarà trasmessa live nella parte plenaria del mattino.
Il tag per la conferenza è #pdfeu e qui c'è una lista degli speaker su Twitter - se vi va di mandare domande, osservazioni ecc, Twitter is the way.
A pomeriggio modererò due panel sull'organizzazione di campagne politiche nazionali e locali (elettorali, ma non solo): parleremo di best practices da varie parti d'Europa, Italia inclusa, e ci concentreremo in particolare sull'attivismo politico di gruppi estremisti o dalle idee politiche... piuttosto atipiche.
A breve uscirà un po' di materiale sul blog di PdF - tenete d'occhio il sito.
Idee? Domande?
Intanto è tempo di caffè... buona visione! :-)
domenica, ottobre 03, 2010
PdF Europe - preparazione
Da venerdì sera sono a Barcellona per l'organizzazione della seconda edizione del Personal Democracy Forum Europe, una conferenza su come la tecnologia cambia la politica e la società.
La conferenza si svolgerà lunedì e martedì all'università di Catalunya con un programma ricco e interessante - date un'occhiata agli italiani presenti.
Per un po' di background, qui c'è una mia intervista su L'Occidentale (grazie a Gabriele Cazzulini) e per tutto il resto (temi, iniziative, persone) c'è il blog di PdF Europe.
Il tag per seguire la conferenza è #pdfeu.
Stasera e domani un altro po' di informazioni - modererò due panel che si preannunciano molto interessanti.
Ora, molto di fretta, mi rituffo negli incontri di preparazione.
(ah, e Barcellona è splendida in questa stagione ;-) )
La conferenza si svolgerà lunedì e martedì all'università di Catalunya con un programma ricco e interessante - date un'occhiata agli italiani presenti.
Per un po' di background, qui c'è una mia intervista su L'Occidentale (grazie a Gabriele Cazzulini) e per tutto il resto (temi, iniziative, persone) c'è il blog di PdF Europe.
Il tag per seguire la conferenza è #pdfeu.
Stasera e domani un altro po' di informazioni - modererò due panel che si preannunciano molto interessanti.
Ora, molto di fretta, mi rituffo negli incontri di preparazione.
(ah, e Barcellona è splendida in questa stagione ;-) )
venerdì, settembre 24, 2010
Di cani, di pietre, di parole al posto giusto
Non mi occupo di libri per lavoro e a volte mi dispiace, per quella comune deviazione del pensiero che ci fa immaginare quanto sarebbe bello occuparci tutto il tempo di cose che amiamo (come se amarle bastasse a renderci adatti a occuparcene per lavoro).
Non mi occupo di libri e a volte penso che sia meglio, perché non so se sarei brava o rigorosa, per quanto ho letto, quanto poco sistematicamente rispetto alla quantità, quanto disordinatamente, quanto voracemente. Non so se renderei giustizia a un libro, non so se sarei capace di analizzare, di capire, di farci tutte quelle cose che fanno le persone che scrivono i libri e che coi libri - sui libri - ci lavorano.
In certi periodi (come questo), con un po' di fortuna, riesco a trovare un po' di tempo e a mettere insieme un po' di libri e il tempo per leggerli e respirare un po'.
A volte, con molta fortuna, mi capita di tornare a casa e, per una serie di coincidenze, ritrovarmi a leggere una piccola storia con tutte le parole al posto giusto, con le immagini nitide, con la storia di un altro e però il ricordo della prima volta che il mondo là fuori mi ha deluso.
Non mi occupo di libri e a volte penso sia una fortuna, soprattutto quando sento chi ci lavora parlarmi di deformazioni professionali in varie forme e dirmi che, spesso, i libri non riesce più a goderseli.
Non so se sia vero, o se sia vero sempre, ma il rischio, se c'è, non vorrei correrlo, perché son sempre stati l'unico modo per perdermi, nel senso migliore del termine, ed è una cosa che mi riesce sempre meno di frequente. Come stasera.
Non mi occupo di libri e a volte penso che sia meglio, perché non so se sarei brava o rigorosa, per quanto ho letto, quanto poco sistematicamente rispetto alla quantità, quanto disordinatamente, quanto voracemente. Non so se renderei giustizia a un libro, non so se sarei capace di analizzare, di capire, di farci tutte quelle cose che fanno le persone che scrivono i libri e che coi libri - sui libri - ci lavorano.
In certi periodi (come questo), con un po' di fortuna, riesco a trovare un po' di tempo e a mettere insieme un po' di libri e il tempo per leggerli e respirare un po'.
A volte, con molta fortuna, mi capita di tornare a casa e, per una serie di coincidenze, ritrovarmi a leggere una piccola storia con tutte le parole al posto giusto, con le immagini nitide, con la storia di un altro e però il ricordo della prima volta che il mondo là fuori mi ha deluso.
Non mi occupo di libri e a volte penso sia una fortuna, soprattutto quando sento chi ci lavora parlarmi di deformazioni professionali in varie forme e dirmi che, spesso, i libri non riesce più a goderseli.
Non so se sia vero, o se sia vero sempre, ma il rischio, se c'è, non vorrei correrlo, perché son sempre stati l'unico modo per perdermi, nel senso migliore del termine, ed è una cosa che mi riesce sempre meno di frequente. Come stasera.
mercoledì, settembre 22, 2010
sabato, settembre 18, 2010
Aftermath
Ora che anche io ho lasciato quella città, trovo difficile liberarmi dalla sensazione che la vita contenga una perenne sfumatura di posteriorità. In inglese esiste una parola, aftermath, che indica ciò che segue a un evento.
Qualcuno una volta mi ha spiegato che, letteralmente, il termine si riferisce a una seconda falciatura del fieno nella stessa stagione. Chi fosse incline a osservazioni di ordine generale potrebbe sostenere che New York City calchi la mano sulla ciclica falciatrice della memoria, quella sorta di deliberata riflessione postuma che sortisce l'effetto - almeno così si sente dire, e desolatamente si spera - di sfoltire l'erboso passato riducendolo a proporzioni gestibili.
Perché quello continua a ricrescere, ovviamente.
Joseph O'Neill, La città invincibile
sabato, agosto 28, 2010
High Line, New York
Ne sentivo parlare già un anno fa, ma sono riuscita ad andarci solo lo scorso maggio, all'High Line. E devo dire che non ha tradito le aspettative. Anzi, più di altre occasioni, mi spiace di non essere una brava fotografa, pazienza.
Qui un po' di foto del parco e altre che ho scattato a New York a maggio (sì, con comodo).
Qui un po' di foto del parco e altre che ho scattato a New York a maggio (sì, con comodo).
Cool Britannia
La scoperta di Londra, con svariati anni di distanza rispetto a chiunque altro.
Brighton, il mare e l'albergo da vecchia Inghilterra.
Charleston, la campagna inglese e quel viaggio che volevo fare da molti anni.
Insomma, le foto delle vacanze.
Brighton, il mare e l'albergo da vecchia Inghilterra.
Charleston, la campagna inglese e quel viaggio che volevo fare da molti anni.
Insomma, le foto delle vacanze.
venerdì, agosto 20, 2010
venerdì, agosto 06, 2010
giovedì, agosto 05, 2010
martedì, agosto 03, 2010
sabato, luglio 31, 2010
giovedì, luglio 15, 2010
Getting to know you
E alla fine tutto si mischia e in qualche modo trova un suo ordine, dai fantasmi del passato che tornano a farti visita agli ex datori di lavoro incontrati nei pressi della nuova casa, dalle molte conversazioni iniziate o finite sui massimi sistemi, fino alle costruzioni di routine e ritmi di sonno.
Due settimane senza dormire, lavorando, uscendo e arrancando, senza fare niente più di quello classificato come urgente o necessario, scoprendo una disciplina che non eri più sicura di avere e un'indulgenza che non eri disposta a concederti.
Settimane in cui lasci perdere certe cose molto più spesso del solito (e non si sa se sia smussare angoli o mancanza di interesse), in cui scopri che a volte è tutto molto più semplice del previsto, persino avere a che fare con le persone.
E poi due giorni in cui gli scatoloni all'improvviso si ammassano con la misura esatta della quantità di oggetti che ti porti dietro, in cui cadi e ti raccatti, più che rialzarti, in cui inizi a sentire che trovi il ritmo delle cose che fai, in cui succedono cose tanto ridicole da farti pensare che non può (che) esserci una sceneggiatura in quello che succede in giro.
Giorni in cui pensi che ecco, mi sa che l'abbiamo sfangata ed ecco, le cose sono in carreggiata o lo saranno.
In cui capisci che il trucco, spesso, è fare le cose esattamente quando e come ti vengono in mente.
Magari lasciandoti dello stupore per quando, più tardi, scoprirai che non ti sei fermato a riflettere.
Magari lasciandoti dello stupore per quando scoprirai che fai le cose in modo diverso e le fai già da molto più di due settimane.
Due settimane senza dormire, lavorando, uscendo e arrancando, senza fare niente più di quello classificato come urgente o necessario, scoprendo una disciplina che non eri più sicura di avere e un'indulgenza che non eri disposta a concederti.
Settimane in cui lasci perdere certe cose molto più spesso del solito (e non si sa se sia smussare angoli o mancanza di interesse), in cui scopri che a volte è tutto molto più semplice del previsto, persino avere a che fare con le persone.
E poi due giorni in cui gli scatoloni all'improvviso si ammassano con la misura esatta della quantità di oggetti che ti porti dietro, in cui cadi e ti raccatti, più che rialzarti, in cui inizi a sentire che trovi il ritmo delle cose che fai, in cui succedono cose tanto ridicole da farti pensare che non può (che) esserci una sceneggiatura in quello che succede in giro.
Giorni in cui pensi che ecco, mi sa che l'abbiamo sfangata ed ecco, le cose sono in carreggiata o lo saranno.
In cui capisci che il trucco, spesso, è fare le cose esattamente quando e come ti vengono in mente.
Magari lasciandoti dello stupore per quando, più tardi, scoprirai che non ti sei fermato a riflettere.
Magari lasciandoti dello stupore per quando scoprirai che fai le cose in modo diverso e le fai già da molto più di due settimane.
domenica, luglio 11, 2010
We do live here now
Per la sopravvivenza e la salute mentale della sottoscritta, si ringraziano: amici milanesi, parzialmente milanesi e niente affatto milanesi, colleghi, genitori molto pazienti, il ventilatore, il divano del soggiorno, l'IKEA.
E grazie, soprattutto e per tutto, al coinquilino, per così tanti motivi che nemmeno li elenco.
(ed ecco, ora andrei a fare un sonnellino, magari)
E grazie, soprattutto e per tutto, al coinquilino, per così tanti motivi che nemmeno li elenco.
(ed ecco, ora andrei a fare un sonnellino, magari)
martedì, luglio 06, 2010
Una settimana di quelle
A Milano arrivi e ti vengono a prendere in stazione e ti sembra di esser più leggera, tu, con la zavorra degli ultimi mesi, e quei due che ti dicono che qui starai benissimo.
A Milano al terzo minuto che ci sei hai già incontrato due compagni di università, i cugini di tua madre e gli amici che non vedi da sei mesi.
A Milano se vuoi un cornetto devi dire brioche e a volte un caffelatte si chiama latte macchiato.
A Milano ci sono i bidoni privati, quelli della differenziata.
A Milano non è mica vero che i milanesi sono sgarbati, o almeno io fino a questo momento ne ho incontrati di gentili.
A Milano si lavora tanto e poi, sì, tu sei arrivata nella settimana più intensa del mese, mi sa.
A Milano si fa colazione in compagnia, e con una caffettiera strana.
A Milano la prima pausa pranzo dura già meno del solito e durante la seconda ti perdi mentre parli al telefono.
A Milano c'è luce, il divano per sonnecchiare la domenica e un letto che attende di essere montato.
A Milano ti arrivano le telefonate da Roma per sapere come stai.
A Milano si dorme ancora poco, ci si sveglia per il caldo e per molti e vari pensieri. Allora ci si alza, si guarda da un lato, si sorride della genetica cieca e bara e si torna a dormire.
A Milano il sabato si va all'Ikea a comprare il letto e si torna a casa mangiando patatine e con in testa un cappello da Crocodile Dundee (si?).
A Milano la domenica ti ingrigisci e allora ti portano in piscina, e c'è la folla, ma in fondo ti bastava solo andare sott'acqua.
A Milano si lavora molto, sì, e si esce un sacco e ci si diverte, ma sospetto di essere molto fortunata io.
A Milano i conti non tornano, perché io sono quasi sicura che certe persone non le conosco da tutto questo tempo. E però.
A Milano ci sono già tante parole dette, e non dette, ma capite, e sospiri e alzate di spalle e capelli arruffati, e silenzi e smorfie e risate. E non solo.
Insomma, vita, un bel po'.
A Milano al terzo minuto che ci sei hai già incontrato due compagni di università, i cugini di tua madre e gli amici che non vedi da sei mesi.
A Milano se vuoi un cornetto devi dire brioche e a volte un caffelatte si chiama latte macchiato.
A Milano ci sono i bidoni privati, quelli della differenziata.
A Milano non è mica vero che i milanesi sono sgarbati, o almeno io fino a questo momento ne ho incontrati di gentili.
A Milano si lavora tanto e poi, sì, tu sei arrivata nella settimana più intensa del mese, mi sa.
A Milano si fa colazione in compagnia, e con una caffettiera strana.
A Milano la prima pausa pranzo dura già meno del solito e durante la seconda ti perdi mentre parli al telefono.
A Milano c'è luce, il divano per sonnecchiare la domenica e un letto che attende di essere montato.
A Milano ti arrivano le telefonate da Roma per sapere come stai.
A Milano si dorme ancora poco, ci si sveglia per il caldo e per molti e vari pensieri. Allora ci si alza, si guarda da un lato, si sorride della genetica cieca e bara e si torna a dormire.
A Milano il sabato si va all'Ikea a comprare il letto e si torna a casa mangiando patatine e con in testa un cappello da Crocodile Dundee (si?).
A Milano la domenica ti ingrigisci e allora ti portano in piscina, e c'è la folla, ma in fondo ti bastava solo andare sott'acqua.
A Milano si lavora molto, sì, e si esce un sacco e ci si diverte, ma sospetto di essere molto fortunata io.
A Milano i conti non tornano, perché io sono quasi sicura che certe persone non le conosco da tutto questo tempo. E però.
A Milano ci sono già tante parole dette, e non dette, ma capite, e sospiri e alzate di spalle e capelli arruffati, e silenzi e smorfie e risate. E non solo.
Insomma, vita, un bel po'.
You said we could start over, try and make it all okay
Ci siamo ricordati di quando abbiamo iniziato ad avere un'opinione, di quando ci siamo stupiti nel reclamarla, nel non pensare che avevamo torto per forza.
Ci siamo ricordati di quando non potevamo più mettere a posto le cose solo desiderandolo, della rabbia, di macchine e di pioggia, della più esatta rinuncia della vita.
Abbiamo avuto tutto, siam stati sul tetto, siamo caduti e abbiamo capito che è meglio così, che la vita come la conosciamo è iniziata solo dopo quel punto lì, quando abbiam fatto un passo lunghissimo e abbiamo smesso di avere paura.
Abbiamo smesso di sentirci inadeguati per non avere più parole belle abbastanza o sguardi induriti o gesti impulsivi. Abbiamo visto che non è male se certe cose vengono più facili e - cielo! - persino spontanee.
Abbiamo deciso che siamo migliori, non migliori degli altri, migliori di prima.
Abbiam deciso che questa volta la prendiamo con calma, certo non proprio comodamente, ma almeno smettendo di correre.
Ci siamo ricordati che i demoni sono tali perché a volte trovano il modo di tornare e a volte devi solo guardarli da vicino per scoprire che non fanno mica tanto male, se li conosci abbastanza, che basta un tuffo in acqua o, insomma, molto poco di più.
E che le cose che raccontiamo parlano sempre e comunque di noi, più di chiunque altro nomineremo a oltranza.
Questo sì, sarà bene ricordarlo.
Ci siamo ricordati di quando non potevamo più mettere a posto le cose solo desiderandolo, della rabbia, di macchine e di pioggia, della più esatta rinuncia della vita.
Abbiamo avuto tutto, siam stati sul tetto, siamo caduti e abbiamo capito che è meglio così, che la vita come la conosciamo è iniziata solo dopo quel punto lì, quando abbiam fatto un passo lunghissimo e abbiamo smesso di avere paura.
Abbiamo smesso di sentirci inadeguati per non avere più parole belle abbastanza o sguardi induriti o gesti impulsivi. Abbiamo visto che non è male se certe cose vengono più facili e - cielo! - persino spontanee.
Abbiamo deciso che siamo migliori, non migliori degli altri, migliori di prima.
Abbiam deciso che questa volta la prendiamo con calma, certo non proprio comodamente, ma almeno smettendo di correre.
Ci siamo ricordati che i demoni sono tali perché a volte trovano il modo di tornare e a volte devi solo guardarli da vicino per scoprire che non fanno mica tanto male, se li conosci abbastanza, che basta un tuffo in acqua o, insomma, molto poco di più.
E che le cose che raccontiamo parlano sempre e comunque di noi, più di chiunque altro nomineremo a oltranza.
Questo sì, sarà bene ricordarlo.
lunedì, giugno 28, 2010
Domani a Firenze per Toscana Lab
Sono in viaggio per Firenze dove domani prenderò parte a un workshop intitolato "Internet Better society", uno degli appuntamenti di Toscana Lab, due giorni ricchissimi di eventi sulle varie declinazioni della comunicazione digitale.
Qui la presentazione dell'evento, moderato da Antonio Sofi, che mi ha invitato:
Sono particolarmente contenta anche perché con me ci saranno amici e persone che stimo molto e sono sicura che il confronto sarà molto interessante:
Ci vediamo a Firenze con chi c'è.
Qui la presentazione dell'evento, moderato da Antonio Sofi, che mi ha invitato:
La domanda di partenza è quale sia il modo migliore (più etico, più democratico, più efficace) di usare le nuove tecnologie in politica: quale comunicazione, quale informazione, quale relazione con i cittadini/elettori. Internet sta certamente cambiando il modo di fare politica. La rende più aperta, trasparente e partecipata (forse anche un po' più populistica). Oggi fare politica senza Internet è come uscire di casa senza pantaloni: non si va lontano, la gente ti ride dietro e comunque tutti notano la mancanza. Ma la questione è soprattutto in che modo la Rete riesce a cambiare le regole del gioco politico: le strategie del confronto elettorale, le logiche del racconto giornalistico, le priorità dell'agenda pubblica - per finire all'azione di governo, alla pubblica amministrazione e a un confronto/interazione continuo con i cittadini che sul web non può più interrompersi il giorno dopo del voto.
Sono particolarmente contenta anche perché con me ci saranno amici e persone che stimo molto e sono sicura che il confronto sarà molto interessante:
- Sergio Maistrello
- Livia Iacolare - Current TV
- Dino Amenduni - Responsabile New Media Proforma
- Ernesto Belisario
Ci vediamo a Firenze con chi c'è.
domenica, giugno 27, 2010
Partire. Ripartire.
Sapevo che questo momento sarebbe arrivato da alcune settimane, ed eccolo qui.
Pensavo avrei scritto qualcosa di lungo ed elaborato per spiegarlo, raccontarlo. Alla fine, però, le parole sono aggrovigliate e forse non avrebbero senso per chi legge.
Da ieri mi sono trasferita a Milano: nuova città, nuova casa, nuovo lavoro, un po' di cambiamenti che racconterò, delle sfide che mi rendono molto contenta.
Molti mi chiedono come mi sento, come faccio, se mi mancherà Roma o no. Non ho molte risposte, né soddisfacenti, né interessanti, magari.
Ma una cosa devo dirla, di questi ultimi tre anni: ne è valsa la pena, in ogni momento.
Pensavo avrei scritto qualcosa di lungo ed elaborato per spiegarlo, raccontarlo. Alla fine, però, le parole sono aggrovigliate e forse non avrebbero senso per chi legge.
Da ieri mi sono trasferita a Milano: nuova città, nuova casa, nuovo lavoro, un po' di cambiamenti che racconterò, delle sfide che mi rendono molto contenta.
Molti mi chiedono come mi sento, come faccio, se mi mancherà Roma o no. Non ho molte risposte, né soddisfacenti, né interessanti, magari.
Ma una cosa devo dirla, di questi ultimi tre anni: ne è valsa la pena, in ogni momento.
domenica, giugno 13, 2010
[weekend]
Il brindisi alle guglie, i coriandoli, Celebrity Skin, il quartiere, le vite degli altri dalla finestra del quarto piano, gloriose reunion, gloriosi casini del tempo che fu, le già abitudini, le sedie colorate, la finta spiaggia, le vacanze di un secolo fa, l'invisibilità, le foto e i racconti di famiglia, le capre che masticano carte di credito, l'ansia, le attese buone, le attese faticose, i pezzetti di cose che capisci all'alba, il sole, le buone notizie, gli ultrasuoni, le risate, il silenzio, la voce che se n'è andata.
Si parte, si torna.
Si parte, si torna.
sabato, giugno 12, 2010
domenica, giugno 06, 2010
Appunti newyorkesi: rekindling romance
Forse non ha molto senso parlare delle cose che ami o, almeno, non ripeterlo dopo la prima volta. E quindi forse non dovrei dilungarmi nel parlare di quello che ho fatto a New York, di quanto son stata bene, del sole e della mente libera, per la prima volta in moltissimo tempo (gli amici lo sanno e la tortura toccherà loro anche quest'anno - porto loro un sacco di regali per quello, mica altro).
Forse è perché ogni volta che torno qui c'è sempre qualcosa di nuovo che scopro: questa volta è The Elevated Acre, un piccolo giardino nel bel mezzo di Wall Street, un piccolo spazio verde tra i palazzi pieni di gente che lavora. E con una vista spettacolare (grazie a Sara).
Forse perché ogni volta visito tante città, a New York ce ne sono moltissime, e ancora non ho deciso quale preferisco. Forse perché qui, in certi momenti, ho bisogno di camminare e star da sola, e ci riesco più facilmente che altrove, nonostante gli 8 milioni di abitanti.
Forse è quello, avere tante cose diverse e non dover scegliere, forse è tutto l'insieme di possibilità che mi ha dato, di costruire un pezzo della mia vita completamente da sola, di avermi fatto capire meglio (qui non va inserito alcun complemento oggetto), forse perché ogni anno è la mia settimana sabbatica e sembra arrivare quando più ne ho bisogno.
Forse perché è sabato sera e il quartiere si anima e i bambini giocano con gli idranti per strada e domani è domenica e giocano gli Yankees. Poi lunedì si torna al lavoro, alla routine, ai soliti ritmi.
"Prima o poi ti trasferirai qui" mi dicono Sara e Liz. Chissà.
Intanto il movimento c'è e ci sarà presto. Ma ne parliamo un'altra volta.
sabato, giugno 05, 2010
Appunti newyorkesi: Personal Democracy Forum 2010
Sono stata così presa da non averlo segnalato nemmeno qui: nei due giorni appena passati sono stata alla settima edizione del Personal Democracy Forum, qui a New York, mio appuntamento fisso da quattro anni.
Questa volta, anche spronata da Antonio, ho provato a fare un po' di liveblogging delle sessioni plenarie, cercando di rendere, per quanto possibile, tutti i discorsi e gli stimoli che sono arrivati.
Chi è interessato trova tutto su Spindoc.
Audio e video dei vari incontri, invece, sono qui.
Moltissimo è da approfondire e proverò a farlo nei prossimi giorni, anche se tra moltissimi cambiamenti che stanno arrivando.
Nel frattempo si inizia a lavorare per la seconda edizione di PDF Europe (qui la prima edizione), prevista per il 4 e 5 ottobre a Barcellona - siete invitati.
Vado a godermi l'ultima giornata a New York, domani si torna a casa. Circa.
Questa volta, anche spronata da Antonio, ho provato a fare un po' di liveblogging delle sessioni plenarie, cercando di rendere, per quanto possibile, tutti i discorsi e gli stimoli che sono arrivati.
Chi è interessato trova tutto su Spindoc.
Audio e video dei vari incontri, invece, sono qui.
Moltissimo è da approfondire e proverò a farlo nei prossimi giorni, anche se tra moltissimi cambiamenti che stanno arrivando.
Nel frattempo si inizia a lavorare per la seconda edizione di PDF Europe (qui la prima edizione), prevista per il 4 e 5 ottobre a Barcellona - siete invitati.
Vado a godermi l'ultima giornata a New York, domani si torna a casa. Circa.
martedì, giugno 01, 2010
Appunti newyorkesi: not fitting
Segni inequivocabili che certi negozi non fanno per te:
- entrare da Barney's direttamente nel reparto maschile, restare disorientati tanto da contravvenire quasi subito alla propria regola personale "non parlo con i commessi"
- chiedere indicazioni, finire nel reparto femminile, perdersi nel reparto femminile, riuscire a trovare la strada per il reparto maschile, perdersi pure lì, chiedere al commesso (e due)
- trovare quello che cerchi, metterci dieci minuti a fare la conversione delle taglie, ridursi comunque a chiedere al commesso (e tre), non trovare il numero
- farsi mandare da Bergdorf, entrare nell'ascensore, l'anziano commesso (e quattro) che ti dice di che bei saldi hanno al terzo piano. Momenti che sembrano eterni e invece sono solo due piani.
- sentire l'anziano commesso che ti dice che ah, se potesse, starebbe al terzo piano a fare acquisti con quei saldi lì
- chiedersi a che serve un commesso in ascensore per soli due piani
- chiedersi se i commessi degli ascensori hanno un nome specifico
- arrivare al terzo piano, guardare di lato, vedere un manichino di donna vestito con un lungo abito drappeggiato prendere vita, accorgersi che è un essere umano, scappare via spaventata. Simulando disinvoltura, però.
- no, non è che fosse magra o molto magra, era rigida tipo un manichino, muoveva solo le spalle e le braccia e non il resto del corpo
- andare al reparto scarpe, chiedere quello che cerchi, sentirti dire che no, sa, quest'anno non abbiamo comprato quei sandali, fare una faccia di circostanza al commesso (e cinque) dalla faccia di plastica che te lo spiega - che poi chissà qual è, la faccia da fare
- nel frattempo, chiedersi se questi commessi hanno un nome diverso da commessi
- correre via senza guardare ai lati, per timore di rivedere il manichino. Simulando disinvoltura, certo.
- aggiungere mentalmente "commessi di Bergdorf" nella lista delle persone che ti spaventano, subito dopo "clown"
- pensarci, cancellare (mentalmente) "commessi di Bergdorf", aggiungere alla lista "manichini - specie quelli che prendono vita" e, solo dopo, "commessi di Bergdorf"
domenica, maggio 30, 2010
L'imprevedibile fascino della politica italiana
Succede così, a una festa, senza che tu te ne accorga. Tra una tartina e una birra, chiacchieri con qualcuno e - con l'inevitabile aura di chiunque sia appena arrivato da un altro continente - ti ritrovi a dover rispondere a domande sulla politica della tua nazione di provenienza, cercando di cavartela alla meno peggio.
Il giorno dopo, senza averlo minimamente previsto, ti senti dire che "il mio amico Mike ha trovato molto interessanti le cose che hai detto sulla politica italiana. Voleva sapere se hai un libro da consigliargli per saperne di più".
Ed eccoci qui, senza la minima idea di cosa rispondere. Sì, lo so, il danno l'ho fatto io, ma non è che qualcuno mi dà una mano?
[Nota per accrescere il coefficiente di difficoltà: qualcosa che sia stato tradotto in inglese, eh.]
Il giorno dopo, senza averlo minimamente previsto, ti senti dire che "il mio amico Mike ha trovato molto interessanti le cose che hai detto sulla politica italiana. Voleva sapere se hai un libro da consigliargli per saperne di più".
Ed eccoci qui, senza la minima idea di cosa rispondere. Sì, lo so, il danno l'ho fatto io, ma non è che qualcuno mi dà una mano?
[Nota per accrescere il coefficiente di difficoltà: qualcosa che sia stato tradotto in inglese, eh.]
Appunti newyorkesi: a Chelsea/Meatpacking day
Cose sparse, di nessuna importanza, ma da non perdere per strada
- cose che mi sono piaciute molto: The High Line
- scoperta alimentare del giorno: il guacamole
- Chelsea/Meatpacking: in realtà mica ho capito dove finisce uno e inizia l'altro - si sovrappongono?
- Chelsea Market: al chiosco hanno imparato a fare un caffè macchiato anche buono - c'è speranza per il mondo
- Chelsea Market /2: il caffè, il Village voice, la musica, un sabato pomeriggio tranquillo
- essere così rilassati che non ti pesa il tragitto in metropolitana, anzi quasi ti diverti anche a fare quello
- la quantità di ricordi in circa un milione di posti
- ho comprato i miei primi occhiali da sole ever (da Anthropologie)
- motivi per cui amo New York: tu sei in giro e fai tutt'altro e per caso scopri che il giorno dopo c'è un evento fighissimo e di quel punto di nerd che ti piace tanto
- avere programmi pieni di possibili cose da fare per i prossimi tre giorni. O anche no.
martedì, maggio 25, 2010
Cosa succede in città /3
Da pochissimi giorni è partito Pazienti.org, sito che raccoglie le esperienze dei pazienti con il servizio sanitario italiano.
Presto ne scriverò con più calma, perché è un'iniziativa che merita molta attenzione.
Nel frattempo, in bocca al lupo a Linnea, Federica ed Elena.
Presto ne scriverò con più calma, perché è un'iniziativa che merita molta attenzione.
Nel frattempo, in bocca al lupo a Linnea, Federica ed Elena.
Cosa succede in città /2
La prima inchiesta di Spot Us Italia è in fase di finanziamento.
E abbiamo anche una nuova redattrice!
E abbiamo anche una nuova redattrice!
Cosa succede in città /1
Come ogni anno si va a New York al Personal Democracy Forum - questa volta, con mio grande onore, faccio anche da collega.
Oltre ai due giorni di conferenza, quest'anno ci saranno anche un BootCamp il giorno prima e una unconference il giorno dopo (e qualche italiano ci sarà).
Partenza venerdì prossimo - e poi, sì, si fa un po' di vacanza.
Oltre ai due giorni di conferenza, quest'anno ci saranno anche un BootCamp il giorno prima e una unconference il giorno dopo (e qualche italiano ci sarà).
Partenza venerdì prossimo - e poi, sì, si fa un po' di vacanza.
martedì, maggio 04, 2010
La sfida del crowfunded journalism in Italia
Su Apogeonline Giovanni Boccia Artieri parla di Spot.us Italia e ne analizza l'idea e le prime reazioni:
Chi sarà parte del progetto Spot.us Italia? "Giornalisti che colgono il cambiamento e cittadini attivi, responsabili e attenti" come dice Federico. Ma quali saranno le dinamiche che animeranno i progetti di crowfunded journalism?
Giovanni rilancia con alcune domande e riflessioni da tenere a mente, molto utili per noi che ci confronteremo con gli sviluppi, passo dopo passo:
[anche sul blog di Spot.us Italia]
Le cose si costruiscono con calma in questo settore, ma mi sembra di poter dire che ancora una volta la Rete, nella nostra versione locale, non si mostra così innovativa nell’aprirsi a una responsabilità civica, alle forme di partecipazione non auto-riferite – parlare di sé, auto incensarsi eccetera. La dimensione centrale di questo progetto resta però la natura d’inchiesta in rapporto all’informazione nel nostro paese: «non è un caso – racconta Federico – che la nostra, come altre iniziative simili, stiano nascendo in Italia prima che in altri paesi europei. La “fame” di giornalismo d’inchiesta è alta ovunque ma in Italia questa domanda, sotterranea ma palpabile, è prioritaria (vedi il successo di trasmissioni “di resistenza” come Report). Dico, riprendiamo e riprendiamoci il racconto della realtà, la realtà che vive oltre la superficie, al di là degli slogan, dietro l’(auto)-illusione».
Chi sarà parte del progetto Spot.us Italia? "Giornalisti che colgono il cambiamento e cittadini attivi, responsabili e attenti" come dice Federico. Ma quali saranno le dinamiche che animeranno i progetti di crowfunded journalism?
Giovanni rilancia con alcune domande e riflessioni da tenere a mente, molto utili per noi che ci confronteremo con gli sviluppi, passo dopo passo:
Mi chiedo allora: sarà la pratica del dubbio o quella del sospetto a stimolare il desiderio di inchiesta nei cittadini? E quali giornalisti parteciperanno, quelli che praticano il dubbio o il sospetto? Non c’è sospetto dietro queste mie domande, solo dubbi. Dubbi che derivano dalla relazione particolare che in Italia si ha tra la forma narrativa che assumono molti contenuti mediali di stampo informativo e il bisogno di un racconto sociale “dal basso” che cerca di farsi spazio perché non si sente, spesso, rappresentato nei media.
[anche sul blog di Spot.us Italia]
lunedì, maggio 03, 2010
Il Get Out The Vote al tempo delle elezioni nel Regno Unito
Una delle cose che mi piace dello scrivere "The Europe roundup" è la costante scoperta di cose nuove, di contesti diversi, di persone e progetti interessanti.
Appena avrò un po' di tempo dovrò mettere in fila un po' di cose e provare a raccontarle. Per ora provo a mettere qui alcune cose un po' più immediate e che hanno bisogno di meno tempo per le spiegazioni.
Il primo è questo video GOTV (Get Out The Vote, cioè invitare le persone ad andare a votare) realizzato da Total Politics, rivista che si occupa di politica, ma in modo poco convenzionale.
Il video è piuttosto divertente e la musichetta resta in testa:
La cosa divertente è che nel video sono presenti persone che stanno partecipando a questa campagna elettorale a vario titolo, dai politici al loro staff (tra gli altri Alastair Campbell, spin doctor del partito Laburista e già portavoce di Blair), dai giornalisti ai principali blogger politici, di tutte le appartenenze.
Mancano solo tre giorni alle elezioni, ma, almeno su una cosa sembrano essere d'accordo.
[nota: anche in Inghilterra, come negli Stati Uniti, per poter votare bisogna prima registrarsi, cosa che rende naturalmente più basse le percentuali di votanti]
Appena avrò un po' di tempo dovrò mettere in fila un po' di cose e provare a raccontarle. Per ora provo a mettere qui alcune cose un po' più immediate e che hanno bisogno di meno tempo per le spiegazioni.
Il primo è questo video GOTV (Get Out The Vote, cioè invitare le persone ad andare a votare) realizzato da Total Politics, rivista che si occupa di politica, ma in modo poco convenzionale.
Il video è piuttosto divertente e la musichetta resta in testa:
La cosa divertente è che nel video sono presenti persone che stanno partecipando a questa campagna elettorale a vario titolo, dai politici al loro staff (tra gli altri Alastair Campbell, spin doctor del partito Laburista e già portavoce di Blair), dai giornalisti ai principali blogger politici, di tutte le appartenenze.
Mancano solo tre giorni alle elezioni, ma, almeno su una cosa sembrano essere d'accordo.
[nota: anche in Inghilterra, come negli Stati Uniti, per poter votare bisogna prima registrarsi, cosa che rende naturalmente più basse le percentuali di votanti]
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